Viaggio nel paese degli Adygheti

 

Adygheti: è il nome attribuito ad alcune tribù che fin da tempi antichi hanno popolato le regioni del Caucaso settentrionale (Ciscaucasia). Nella letteratura europea e in quella orientale già dall’epoca medioevale essi erano conosciuti come Circassi. Appartengono a questo ceppo gli attuali Adygheti, oltre ai Cabardini e ai Cerkessi. Ai nostri giorni essi abitano la repubblica omonima e sono in numero di centomila circa. Vivono anche in Turchia ed in alcuni paesi arabi. La loro lingua è l’adygheto. Sono musulmani di fede sunnita.

(dal ‘Grande Dizionario Enciclopedico’)

 

casaefiume2.jpg (106452 bytes)Mi sono recata presso il villaggio montano di Chadži-Ko per incontrare Schaba Zulja. Questa vecchia vive da più di cent’anni in una valle del fiume Aša, le cui acque scendono a precipizio fra le gole del Caucaso settentrionale. Zulja è sopravvissuta a due guerre e a due rivoluzioni, ha cresciuto ed educato otto bambini, bambini non suoi: lei non ne ha avuti come non ha mai avuto un marito.

Procediamo con ordine. Siamo nel XIX° secolo. Conclusasi la guerra caucasica nel 1864, il governo zarista decide di sradicare dalla loro terra gli abitanti delle montagne, gli adygheti, per deportarli in Turchia e nel Kuban’. E’ gente fiera, che non s’inchina di fronte ad alcun potere, ed è dura combattere con loro negli anfratti disagevoli di quelle montagne.

Tra le famiglie pronte a partire nella baia di Cemes c’era pure quella assai numerosa degli Schaba, di cui faceva parte anche un ragazzino quattordicenne a nome Mustafà. Durante il giorno egli aveva “ucciso da solo un agnello” tra la stupore generale degli astanti: e qualcuno s’era anche complimentato con i suoi genitori per quel figlio così in gamba, che si comportava già come un adulto.

fiumeemontagne1.jpg (17826 bytes)Ma la notte, mentre tutti dormivano, Mustafà era fuggito in montagna dagli zii che avevano rifiutato di lasciare la loro terra e si erano rifugiati nei boschi. Per raggiungerli Mustafà aveva percorso più di trenta chilometri fra le montagne. I parenti però, quando lo videro, gli dissero che non poteva rimanere e doveva ritornare da dove era venuto. Lo zio accompagnò il ragazzino sino alla baia di Cemes e quando vide i falò dei deportati lo lasciò dicendogli: “Adesso proseguirai da solo”. Mustafà invece si nascose fra i cespugli e la notte raggiunse dinuovo i suoi parenti sulle montagne.

A lungo vissero in montagna, pernottando in capanne, fino a che anche loro finirono nel Kuban’, in un campo-profughi. Solo dopo anni poterono far ritorno alla loro terra natale e si stabilirono nel luogo dove tuttora si trova il villaggio di Chadzi-Ko, nella regione di Krasnodar.

Mustafà fu il padre di Zulja, la nonna centenaria della famiglia Schaba. Anche la famiglia di Mustafà era numerosa: tre figli maschi e cinque femmine. La sorte volle che i tre maschi morissero tutti, due dei quali nella Grande Guerra Patriottica (il secondo conflitto mondiale). Il terzo fu preso dai servizi di sicurezza ancora prima della guerra: l’annata era stata cattiva e il kolchoz non riusciva a rispettare i piani. Lui fu accusato di aver sottratto un secchio di noci. Arrivarono di notte, fecero la perquisizione ma non trovarono le noci che cercavano. Non c’era nulla di strano perché nella famiglia degli Schaba nessuno aveva mai rubato. Lo portarono lo stesso in prigione, sulla costa: e lì egli morì.

Tutte e quattro le sorelle di Zulja perirono di parto. Il destino volle che l’unica sorella non maritata tirasse su i figli dei fratelli e delle sorelle che non c’erano più: lei e la vedova di uno dei fratelli fecero da madri a tutti gli orfani e da sole ressero la casa.

ruslan1.jpg (40535 bytes) RUSLAN

Ora a capo della famiglia Schaba vi è Ruslan, un bel signore asciutto di sessantacinque anni, dal portamento fiero e con una leggera espressione di tristezza nello sguardo: visto il suo passo lieve e il fuoco che gli brilla ancora negli occhi, nessuno gli darebbe più di cinquant’anni.

Sua moglie Svetlana mi è venuta incontro sulla soglia di casa, e mi ha accolto con un franco sorriso ospitale: hanno otto figli, che per i nostri tempi sono tanti anche all’interno di un villaggio. Non per nulla nella lingua degli Adygheti la parola “Schaba” significa “dalle molte teste”!...

Ruslan è un ingegnere meccanico. Al tempo dell’Unione Sovietica ha lavorato come autista, ha fatto il mietitore nei campi del Kuban’, il maestro di scuola nel villaggio e l’elettricista fino a che se l’è sentita di arrampicarsi sui pali della luce. Adesso è in pensione, pascola le capre in montagna.

“E’ diventato difficile tenere le capre “ si lamenta “bisogna andare lontano a cercare l’erba fresca, e questo porta via parecchio tempo. Una volta le capre stavano in tutti i cortili, gli uomini a turno le conducevano al pascolo”.

Alla cintura Svetlana porta un pugnale di cospicue dimensioni.gregge1.jpg (34229 bytes)

“In montagna è indispensabile. T’allontani per parecchio tempo col gregge, può succedere qualsiasi cosa. Per esempio, una capra si può impigliare in mezzo ai rovi”.

Guardando Ruslan m’è venuto in mente l’altro nome con cui son chiamati gli adygheti delle montagne: circassi.

“Si dice che gli adygheti non amino esser chiamati circassi: è vero?” chiedo a Ruslan.

“Sono stati i turchi a darci questo nome, in turco significa ‘banditi’. I turchi erano arrivati qui con le loro navi per conquistare le nostre terre, avevano attraccato sulla costa e si erano messi a costruire un forte. Nella notte gli adygheti sono scesi dalle montagne e li hanno uccisi tutti”.

E Ruslan completa la sua spiegazione: “Gli adygheti non sono crudeli di natura, ma non non si sono mai fatti soggiogare da nessuno”.interno1.jpg (32815 bytes)

Egli racconta molte cose interessanti sulla sua famiglia, sul villaggio, sulle vecchie usanze della sua gente. Il discorso cade sulla religione.

“Gli adygheti sono musulmani ma non sono fanatici. Nella loro fede si trovano ancora molte tracce delle antiche credenze pagane. Così, è tradizione pensare che siano sacre tutte le cose su cui si sia abbattuto il fulmine. Ancora oggi le donne si recano a pregare presso un castagno colpito da un fulmine. Anche mia moglie Sveta ci va, come ci andava mia madre”.

“E lei personalmente è religioso?”

“No, non lo sono. Non credo in nessuna religione, ho visto troppe cose brutte nella vita, in che cosa potrei credere?”

Ruslan ci racconta di suo padre, morto al fronte durante il secondo conflitto mondiale. Un giorno arrivò semplicemente la notifica: disperso. Solo alcuni anni dopo la fine della guerra si presentò da lui al villaggio un commilitone del papà e raccontò di come il loro plotone fosse caduto in un’imboscata durante un guado. E di come il padre di Ruslan, comandante del plotone, fosse rimasto alla mitragliatrice, a coprire i suoi soldati. Cosa poi gli fosse accaduto, nessuno lo sapeva. Spuntano le lacrime negli occhi di Ruslan.

“Ma quale religione?” aggiunge egli pensoso, come se riflettesse ad alta voce...sveta1.jpg (35831 bytes)

Svetlana ci invita a pranzo: vino, dei fagioli squisiti, le polpette fatte in casa, il loro formaggio. Chiedo a Ruslan se è vero quello che si dice, che cioè un tempo gli adygheti non si nutrissero di pesce. E se sì, perché? Era forse anche questa una loro tradizione?

“Non lo mangiavano perché non sapevano che si potesse mangiare” ride Ruslan. ”Nei nostri fiumi c’è una gran quantità di pesce. Quando i nostri carri traversavano i corsi d’acqua, ne rimanevano molti schiacciati. Ma che si potessero mangiare, questo non lo sapeva nessuno. In tempo di guerra facevano la fame ma non si cibavano di pesce. E soltanto nel ‘46, quando i soldati tornarono dal fronte, essi cominciarono a pescare. Da ragazzo io li pescavo anche a mano”. E prosegue: “Gli adygheti non mangiano carne di maiale come tutti gli altri musulmani. Ma è più per questioni di prudenza che per fede. Col nostro clima il maiale può guastarsi.... Non raccolgono neanche i funghi: l’estate qui è torrida, i funghi possono non esser buoni, perché rischiare?

Una volta quando andavano a caccia, prendevano con sé noci, nocciole e pere secche. Mettevano le pere sul fuoco, poi le mangiavano con le noci: in questo consisteva tutto il loro pasto”.

“Ma lei” domanda a questo punto Ruslan “vorrà sicuramente parlare con la nonna. Sveta le farà da traduttrice. La nonna ci sente poco e inoltre parla solo la sua lingua”. “Dunque la lingua degli adygheti si è conservata?” “Sì, la si insegna a scuola, naturalmente ora è facoltativa. La nostra lingua, come pure la nostra vita, ha subito parecchi cambiamenti dal tempo in cui Zulja era giovane. Prima le lettere del nostro alfabeto erano quelle arabe, poi si cominciò a scrivere in caratteri latini e infine si passò al cirillico, al russo. Quando io studiavo all’istituto, lontano dal villaggio natale, ho dovuto imparare l’arabo perché mia madre potesse capire le mie lettere.

 

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ZULJA

La centenaria nonna Zulja stava a letto quando sono entrata nella sua camera ampia e luminosa. Appena mi ha visto s’è tirata su e si è messa a sedere. Parlando forte, Sveta mi ha presentata nella sua lingua materna. L’anziana donna ha sorriso debolmente e, benché per lei fosse faticoso, ha continuato a rimanere seduta durante tutto il prosieguo della nostra conversazione. Al muro sopra al letto stava appesa una fotografia scattata ancora all’inizio del secolo scorso a Tuapse. Vi erano ritratti lei e i suoi fratelli e sorelle. Prestanti i maschi, abbigliati alla circassa. Le ragazze, coi loro bei volti aperti e pieni di dignità...

Dalla foto mi guardava la giovane Zulja, davanti a me sedeva la Zulja di oggi, che ha traversato un intero secolo. Questa donna ha difeso la sua famiglia e, benché non avesse figli suoi, tutti l’hanno sentita come loro madre e gli hanno voluto bene. Gliene vogliono tuttora i nipoti e i pronipoti di quelli che stavano al suo fianco nella fotografia. Ruslan mi ha portato una foto del nonno di Zulja. In questa famiglia la storia è stata pervicacemente conservata, così come si è conservato il ricordo di ognuno: e di tutti si parla con fierezza e con rispetto. E se questa famiglia non ha smarrito le sue radici il merito va proprio a lei, a Zulja. Era bello vedere il calore e le premure di cui la circondavano Ruslan, Sveta e il loro figlio minore Sultan, che ha dieci anni.

Più tardi, ho passeggiato per il villaggio, ho ammirato il paesaggio. Tutto era di una rara bellezza: i boschi di cui sono coperte le montagne da lontano sembravano oscuri, inaccessibili e pieni di mistero. Riluceva al sole un fiumicello montano, la cui corrente ribolliva allegramente, contrastando con l’aspetto generale dei monti tutto attorno, maestoso e severo. Il silenzio, l’aria pura...

Quando vedi tutto questo, allora comprendi gli adygheti, che sempre e sempre ritornano alla loro terra natìa.

Ruslan dice: “ Mio padre mi ha detto di allevare le pecore, portare al pascolo le capre in montagna, coltivare il grano e fare figli. E’ così che noi viviamo”.

Mai come in questo tragico frangente della storia del nostro paese si son sentiti ripetere ad ogni angolo di strada e più o meno pretestuosamente i più vieti stereotipi negativi a proposito delle genti caucasiche. Eppure bisogna cercare di resistere, di opporsi al terrore irrazionale, alla tentazione continua delle generalizzazioni.

E’ questo il messaggio che leggo nel volto bellissimo di una bellissima anziana donna del Caucaso che col tempo non ha perso la sua bellezza, anzi l’ha accresciuta. Una donna che nelle innumerevoli rughe del suo volto e nella stanchezza infinita del suo sguardo racchiude la saggezza degli anni trascorsi, una quantità di sofferenze, il dolore e la preoccupazione lucida per quelli che ancora a lungo e faticosamente dovranno percorrere la strada della vita.

Ljudmila Korotkova

(traduzione dal russo di Gianni Piovano)

 

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