Messina (stralci da un racconto) PDF Stampa E-mail
Scritto da Michail Osorgin (1926)   
Giovedì 25 Dicembre 2008 16:48
Speciale Centenario


 
Michail Osorgin

 

Il terremoto come metafora - Un racconto degli anni '20 per la prima volta in traduzione italiana

MESSINA

di Michail Osorgin
...E se guardate dentro nell'anima, vi scorgerete una grande desolazione: una pianura là dove c'erano delle montagne; ceppi d'albero là dove rumoreggiava il bosco; una Pompei morta, là dove sorgeva la città del vostro quotidiano da farsi, e dove anche qualunque poeta-vagabondo o pittore-bohemien possedeva un letto in una sua mansarda, dalla quale dava da mangiare ai piccioni e a marzo ascoltava il concerto amoroso di gatti che ormai ben conosceva. Tutto ciò è andato distrutto, e la polvere ne ha ricoperto i resti.

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Nel 1908, di notte, la terra fece un sogno divertente e sorrise. Un pezzettino della superficie si raggrinzì e cedette. La piega capitò proprio sotto una vecchia città e il suo stretto di mare. Messina fu distrutta fin dalle fondamenta, e il mare irruppe e lavò via i detriti della riviera.
Perirono ottantamila persone, ma di famose non ce n'erano e presto furono dimenticate. Negli occhi dei superstiti rimase per sempre il terrore: in chi ha visto la morte in faccia la pupilla scurisce e si infossa.
Una nave militare russa sbarcò dei marinai, quando ancora nessun altro era giunto in soccorso. I marinai vagavano per le rovine, si richiamavano l'un l'altro, tendevano l'orecchio, scavavano, salvavano, sparavano sui cani affamati. In un posto udirono un gemito, spazzarono lo strato superiore dei detriti, trovarono l'entrata del piano inferiore sommerso, la liberarono.
E venne fuori una vecchia, arruffata, ricoperta di polvere e di calce. Dietro un'altra a lei identica.  E una terza, e una quinta, e un'ottava - coetanee dai capelli bianchi, sopravvissute al riparo di una volta. Si trattava di un ospizio.
Una delle vecchie, strizzando l'occhio a causa della luce - forte risplendeva il sole quel giorno - biascicò:
- Che ci avete salvato a fare! Dovreste salvare i giovani.
I marinai non compresero quella lingua straniera, ma risero:
- Ecco, sono usciti dalla tomba i defunti! Da dove sono sbucati? Guardate viene fuori ancora un'altra strega.
E, accesasi una sigaretta, allegri procedettero oltre, a stappare i vivi alla morte.

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Per le rovine del mio pensiero - una volta integro - vago con un piccone e una pala. Dove sento un gemito scavo, con la pia speranza di salvare qualcosa e di salvare in tal modo anche me stesso. Ed ecco che sbucano fuori vecchi pensieri arruffati, ricoperti di polvere; non capisco perché li ho salvati. Tanto lo stesso è rimasto loro poco da vivere, e a poco vale la fatica di tirarli fuori da sotto le macerie.

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Il marinaio aveva il naso all'insù, era nativo di Rjazin e si chiamava Mitja. Quello stesso Mitja, che senza neanche farsi il segno della croce, si arrampicò con una corda lungo un muro incrinato e semidistrutto, e da lì si trascinò lungo una trave posta più in alto, spazzando con i pantaloni la polvere e il pietrisco. Da sotto lo guardavano e lo incoraggiavano:
- Non mollare Mitja!
Sopra la trave ce n'era un'altra. Nello spazio tra le due c'era, schiacciata, una gamba illividita. Un uomo con la testa all'ingiù stava penzoloni, e la camicia cadente gli copriva il volto. Nondimeno l'uomo si muoveva e gemeva. Mitja strisciando lungo la trave lo raggiunse.
- Come faccio a staccarlo? Ehi, amico, bonjour, sei vivo?
Da sotto osservarono come Mitja legò la corda in mezzo al corpo del signore italiano. L'estremità della corda, dopo averla fatta passare sopra la trave, la gettò di sotto. - Ehi laggiù, tenetela e non mollatela! Non tirate finché non l'avrò liberato.
Si sedette ben bene, raccolse le forze, grugnì e, iniettato di sangue, smosse e spostò la trave. La gamba si liberò, il corpo scivolò giù, si rigirò e rimase appeso. La trave di sopra ondeggiò e si rimise a posto; quella inferiore scricchiolò sui massi, sobbalzò, e la calce cominciò a venire giù dal muro.
- Via, fatelo scendere!
Reggendosi con la mani, cominciò a strisciare indietro lungo la trave barcollante fino al muro; da lì, facendo attenzione, lungo il bordo superiore e poi di lato, pian piano, da dove era salito, scese.
- Chi ha da fumare?
Mitja era contento, e tutti erano contenti per Mitja. Questo Mitja, ne ha del coraggio!
Non appena si allontanarono il muro crollò e le travi vennero giù. Sul posto si sollevò una nube di polvere bianca.
E' poco probabile che quell'italiano sia sopravvissuto: era completamente cadaverico, era stato con la testa all'ingiù due giorni interi.

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Il Giudice Supremo disse:
- Ah, questo lo conosco. Questo è Mitja, il marinaio! Questo è quello che, in sprezzo alla propria vita, salvò un signore italiano mezzo morto. Che altro ha fatto nella vita?
- Legava anche dei siluri intorno ai piedi di ufficiali ancora vivi e li gettava in mare. Sul fondale c'era una foresta: i cadaveri infatti col peso ai piedi rimanevano in acqua diritti.
Il Giudice Supremo si tolse la toga e disse:
- Non ci capisco più niente. Sostituitemi con qualcun altro più giovane.

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I loro abbracci erano caldi quando la terra nel sonno sorrise. Come terzo incomodo si intromise nel loro ampio letto un pezzo consistente del soffitto crollato. Lei rimase schiacciata e morì, ma lui restò vivo; e non essendo in grado di tirar fuori le braccia, rimase sdraiato, abbracciando il corpo morto della moglie, per tre giorni interi. Il quarto lo tirarono fuori.
L'amore è più forte della morte o la morte è più forte dell'amore?
Queste cose accaddero in una terra ricca di ogni ben di Dio, dove la notte è impregnata dal profumo degli aranci in fiore, dove il mare è azzurro, il cielo carezzevole, dove ogni amore è sempre come il primo e non può nutrirsi solo di incontri di sguardi e sospiri.
Sul cadavere irrigidito di lei rimase l'impronta del suo corpo. Lui invece sopravvisse e, forse, si sposò una seconda volta.
L'amore è più forte della morte!

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Ed ecco cosa mi hanno raccontato nel governatorato di Kazan', nell'anno della grande carestia.
Un piccolo villaggio fu ricoperto dalla neve e quasi tutti morirono; non erano rimaste neanche le strade per raggiungerlo. Soltanto nell'isba più esterna del villaggio si muovevano ancora due persone - marito e moglie. Vagavano per la casa come ombre; la maggior parte del tempo stavano sdraiati. Tutto quello che si poteva rosicchiare e masticare lo rosicchiavano e lo masticavano.
La moglie morì. Il cadavere rimase nell'isba. Giunsero nel villaggio i soccorsi, ma tardi: ne salvarono soltanto uno.
Lessi personalmente il rapporto dell'inquirente. Un rapporto intelligente, vero. Eccone una frase.
Della testa ne fece una minestra senza condirla con ortaggi o cereali" ...
Gli inquirenti amano la precisione... Ma dove poteva procurarsi il povero marito affamato gli ortaggi per il condimento?
La morte è più forte dell'amore!

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L'aria era talmente pesante che medici e infermieri non poterono mangiare la carne: succhiavano le arance. Fu tirato fuori chi poteva essere salvato senza particolare fatica, ma fu impossibile prestare attenzione ad ogni lamento. Si sparava ai cani randagi i cui musi grondavano sangue. Non si comprende perché si difendessero le rovine dal saccheggio dei contadini.
Le macerie gemettero per lungo tempo. L'ultimo vivo lo estrassero ventitre giorni dopo. Ma già nei primi giorni i maggiori sforzi erano volti a salvare ciò che più importava: come i depositi delle banche distrutte.
Ancora a lungo tremò la terra. Le scorrerie del mare inondarono più volte le rovine della riviera.
Che terra beata! Come tutto cresce vi cresce così velocemente. Dapprima i superstiti vissero in baracche e casette di legno, ma di legno ce n'era poco. Poi cominciarono a costruire case più solide e stabili - fatte di pietre e calce, quegli stessi materiali che si trasformano in polvere al primo sorriso della terra. In seguito lì dove c'era la Messina distrutta, crebbe una nuova Messina. Non era la prima volta, ma le volte passate appartengono alla storia, e non alla memoria dell'uomo comune.
Presto anche questa "volta" diventerà storia.

Quella ragazza di diciotto anni non ha visto nessuno di questi orrori; le sue pupille sono chiare, liete e maliziose; tutto accadde prima della sua nascita. Lei va a dormire tranquilla, pensando alle monellerie terrene e non a quelle della Terra. Le sue orecchie non ri-odono lo scricchiolio delle pareti e i boati che giungono da sottoterra. Tante cose sono avvenute nel passato, nella storia. Ma appunto nella storia, non nella vita!

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Giorni fa ho avuto una conversazione con un giovane studente arrivato dalla Russia.
- Si ricorda quando in tutta Mosca non c'era neanche un negozio e per le strade si vedevano le carcasse dei cavalli morti?
Egli timidamente sorrise:
- Conosco queste cose, ma personalmente già non le ricordo. E' molto strano immaginarsi un tale scenario... Adesso è tutto così diverso...
Che cosa ancora avrei dovuto chiedergli? Che cosa ne pensasse della pace di Brest? O delle guerre di Giulio Cesare? Del Diluvio Universale? Di come viveva l'uomo preistorico? E' difficile che tutto ciò potesse interessarlo.
Ma ribadisco: negli occhi di coloro che da adulti sopravvissero al terremoto di Messina è rimasto per sempre l'orrore, impresso nella pupilla scura ed infossata.

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I nostri cimiteri sono migliori di quelli di qua, così simili a dei musei o ai cortili di un tagliapietra.
I nostri cimiteri sono verdi e le tombe si invecchiano più in fretta, i cumuli si spianano e si ricoprono rapidamente di erba rigogliosa.
Erba giovane, succosa, spensierata. Ricopre le tombe e i passaggi tra le tombe. In primavera fiorisce, in autunno avanzato ingiallisce e si distende. Ma di nuovo in primavera essa rinverdisce, ancora più rigogliosa, e di nuovo fiorisce.
La chiamano proprio così: l'erba dell'oblio.

Parigi, 1926

                                                                               
M. Osorgin
[traduzione dal russo di Giuseppe Iannello]
Ultimo aggiornamento Domenica 04 Gennaio 2009 11:57
 
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