Riscoprendo Zamjatin e il suo staordinario “Noi”

 

La letteratura russa moderna funziona così: prima si traducono i testi occidentali, poi si imitano e infine si crea un prodotto originale e autoctono. Vero. Che tale definizione sia esatta è indiscutibile, che sia un assioma no. Eppure leggendo molti manuali e assistendo a vari convegni, sembra che questo sia ormai un diktat culturale. Che il romanticismo, il realismo o il simbolismo siano atterrati a Mosca e San Pietroburgo con un volo di linea direttamente da Parigi è assodato, ma che ciò sia avvenuto anche nel 1921 no. Questa volta è la Russia che esporta e non caviale, né pellicce o finissima vodka pura, ma nientemeno che un genere letterario: la dystopian novel.

La narrazione distopica o dell’ “utopia al contrario” è quel filone ormai popolare di letteratura, ambientata in contesti fantascientifici e futuristici, destinata solitamente alla denuncia cruda e precisa del dispotismo politico. Vista la fortuna editoriale, il genere traghetta poi sul grande schermo e a suon di magniloquenti incassi. Chi di noi, infatti, non conosce “1984” o “La fattoria degli animali” di George Orwell; chi non leggerebbe un libro dallo stuzzicante titolo “Brave New World” di Aldous Huxley. Per non parlare ovviamente di “V per Vendetta”, appassionante storia passata dalla graphic novel al cinema e infine alle piazze di mezzo mondo sul volto di milioni di indignados.

Tutto ciò, però, non sarebbe forse mai successo senza Evgenij Zamjatin: classe1884, ingegnere navale e “compagno di strada” in quel laboratorio di cultura proletaria che fu la NEP, lo scrittore russo inventa e anticipa uno dei generi più amati e diffusi dal Novecento ad oggi. Ironia della sorte, lui non lo è affatto. Si dice che l’autore muore ma l’opera d’arte sopravvive: mica tanto però! Non solo Zamjatin è passato a miglior vita, ma il suo profetico romanzo “Мы” [Noi] è ben morto e sepolto. Non per tutti, certamente, ma i grandi gruppi editoriali lo hanno epurato. Oggi il testo in Italia è disponibile solo per l’editore “Lupetti”, nella collana, guarda caso, de “I Rimossi”. La gente fatica a trovarlo tra gli scaffali delle librerie, su giornali, riviste e materiale divulgativo nessuna traccia, in televisione e cinema neanche a dirlo.

 

“Noi” è il romanzo sulla spersonalizzazione dell’individuo nell’era della collettivizzazione forzata: l’io non deve esistere; o si dissolve in una massa uniforme o non è. I personaggi non hanno nomi, sviscerati di ogni principium individuationis, sono matricole con un codice composto da lettere e numeri. Vivono in un delirio geometrico: mura di vetro, ordine, precisione, grigiore, orari, ordini. La vita è fuori, oltre quel Muro Verde che gli eretici provano a varcare. Il sole, il vento, gli animali, la fortuna di essere nati è al di là. Un delirio che è esterno ma anche interno all’essere. La fantasia va diagnosticata e curata come una malattia; il sesso è mero accoppiamento finalizzato alla riproduzione, l’amore bandito. Il romanzo è, insomma, una straordinaria trasposizione narrativa della realtà sovietica ma lo è anche della nostra quotidiana esistenza. Zamjatin scrive di telecamere che scrutano ogni movimento, ogni passo, ogni gesto banale e quotidiano per ordine delle autorità. Ciò che per lui era futuristico, oggi è normale. Pensiamo ai grandi circuiti di sicurezza interna che sovrastano le nostre città o alla morbosa e imbecille stupidità che spinge milioni di “pecore televisive” a spiare gli inquilini dei vari “Grande Fratello”. Già nel 1921, prima di chiunque altro, lo scrittore russo raccontava tutto questo, anche se con una tecnica narrativa poco coinvolgente.

 

La scrittura non è sicuramente densa o inebriante come quella di altri. La sintassi è molto spezzata, la parola ricercata e precisa, la punteggiatura procede a ritmi incessanti. La pagina è bombardata da trattini, punti e virgole nella ricerca di una sintesi compositiva tra le più drammatiche e crudeli. L’autore sembra voler soffocare il fluire libero di un torrente in piena: quello dei suoi pensieri. Gli argini della razionalizzazione condensano il pensiero e spiazzano il lettore. Il quid, il valore aggiunto del romanzo è proprio questa simmetria, questo equilibrio perfetto tra forma e contenuto, che insieme convergono verso la comunicazione del senso di un’apocalittica tragedia esistenziale.

 

Nonostante la grandezza compositiva, il genio-Zamjatin e il capolavoro “Noi” sono sprofondati nel dimenticatoio collettivo. Perché? Semplice. Cultura ed editoria non possono coesistere. L’una è libera e disinteressata, l’altra risponde a grette logiche di guadagno che uniformano il pensiero. Dettano dall’alto il gusto dei lettori, proprio come facevano i “falchi” dell’Unione degli Scrittori Sovietici negli anni Trenta. Che i tempi siano davvero cambiati?

 

Giuseppe Barca

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