LA VITA DI ČECHOV

di Irène Némirovsky

traduzione di Monica Capuani

pagg.192, euro 17.50
Castelvecchi

Cechov nelle pagine seducenti della Nemirovskij

 

“La vita di Čechov” di Irène Némirovskij non è una biografia, è un ritratto. Non è un saggio, è un romanzo. Non è uno studio asettico, è un omaggio. Non è una ricerca, è una poesia lunga 188 pagine. Se volessimo conoscere la vita di Anton Pavlovič Čechov potremmo consultare centinaia di volumi e di siti internet. Potremmo semplicemente aprire la prima pagina di “Zio Vanja” e leggere la cronologia. Due, tre pagine in cui un’intera esistenza viene scansionata in giorni, mesi, anni. Due, tre pagine di radiografia della vita di un uomo.

Ma delle ore, dei minuti, dei secondi? Nulla. Eppure sono questi frammenti di tempo che stravolgono la nostra realtà. Ecco, Irène Némirovskij racconta nel modo migliore possibile l’esistenza di Čechov perché si sofferma sui dettagli e sviscera ogni istante, dato che è nell’istante che risiede il senso, il significato profondo del vivere. Il destino di un uomo si determina in una folgorazione, in un’epifania, in uno scatto improvviso dell’anima. È in quel momento che si decide quale sarà il nostro futuro. Poi lo si metabolizza, razionalizza e si cerca di “ordinarlo”; giammai, però, una riflessione di giorni, mesi o anni può essere più efficace di uno scatto d’ira, di una gioia immotivata, di un dolore lacerante.

Čechov, prim’ancora di essere Čechov, è Anton. Prim’ancora di essere drammaturgo, scrittore, medico e intellettuale è un uomo. L’uomo non è un essere monolitico, non è un tutto organico. Siamo riusciti a trovare un perché in tutto ciò che è fuori di noi. La gravità, il movimento, i fenomeni naturali. Siamo riusciti a categorizzare gli enti e a governarli con scienze esatte, leggi precise, regole ferree. Ma nessuna norma che spieghi il flusso dei nostri pensieri, la mutevolezza dei nostri stati d’animo e delle nostre emozioni. Non siamo riusciti a capire noi stessi, perché il principio d’identità e non contraddizione vale per tutto, ma non per l’essere umano che può, allo stesso tempo, essere e non essere.

Nèmirovskij parte da questo presupposto e non racconta una vita ma le vite che si incontrano e scontrano in un solo corpo. Vive forse il Čechov-medico gli stessi incubi del Čechov-scrittore? Non c’è forse una frattura emotiva tra Antoša Čechonté e Anton Čechov? Sì. Non è possibile, quindi, conoscere la vita di qualsiasi uomo senza cogliere i sospiri, gli sguardi, le rughe, gli istanti. L’autrice di questo libro riesce a presentare quegli anfratti inesplorati, quegli spazi anonimi, quegli abissi a cui puoi avvicinarti solo se sei un homo empaticus. E in questo Némirovskij gode di un vantaggio. Un vantaggio di genere. È donna e riesce con duttilità e finezza a scorgere l’abisso nell’esistenza quotidiana. Scrive un ritratto e non una biografia perché è come se avesse davanti una foto o un quadro di Čechov e cercasse di tradurre in parole le impressioni che prova. È un ritratto e non una biografia perché le parole scorrono come le pennellate su una tela, perché ci sembra di essere seduti di fronte a un quadro. Di osservare, non di leggere. Noi sentiamo la stessa ansia dello scrittore russo quando sta per pubblicare “Racconti Variopinti”, percepiamo il suo stesso dolore dopo il fiasco di “Ivanov”, proviamo la sua stessa rabbia quando va a Sachalin. Ed è questo che la letteratura riesce a fare. Tesse un mosaico, trova corrispondenze tra gli uomini e li avvicina, supera barriere geografiche e temporali perché la natura dell’essere umano è sempre la stessa, nella Russia dell’Ottocento o nell’Italia del Duemila.

Ma Némirovskij fa di più. Lei ti accompagna in un museo, ti fa sedere di fronte a un ritratto di Čechov e te lo descrive. Parla della sua anima, ma sembra che stia descrivendo l’Anima. Si immerge nella sua coscienza per raccontarci cos è la Coscienza. Passa dall’io all’Io. E così quando arriva l’ultima pagina, ti rendi conto che l’autrice non ha parlato solo di Čechov, ma di te. E, infine, quando esci da quel museo in cui lei ti aveva portato, capisci che non eri tu a guardare quella tela. Era lei che guardava dentro di te.

 

Giuseppe Barca

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