"NONMEMORIE" ,

di Jurij Lotman,

Interlinea Editore, 126 pagg. , Lit. 30.000

Il brano che segue, apparso su "La Repubblica", è tratto dalle memorie di Jurij Lotman, semiologo e critico russo di fama mondiale, morto a Mosca nel 1993. I suoi ricordi furono registrati dallo studioso su nastro magnetico l'anno prima della sua morte, e l'episodio narrato si riferisce al periodo di guerra, che Lotman visse su vari fronti, compreso l'estone Tartu.

da "La Repubblica".

 

Nella casa in cui vivevamo (io, Zara Grigor'evna, mia moglie, e i bambini) secondo la consuetudine tartuense di allora, le porte non venivano mai chiuse a chiave. In quel periodo a Tartu non era cosa rara. Entrando in casa e attraversando una minuscola anticamera, si poteva accedere direttamente alla nostra stanza più grande, dove c'era la sala da pranzo, il salotto per gli ospiti e il mio studio.
Una domenica mattina, mentre io, Zara Grigor'evna e i bambini stavamo facendo colazione, qualcuno salì le scale con passo energico e bussò alla porta con il pugno. Sulla soglia stava un uomo alto sprizzante energia dal viso e dal fisico, il quale esprimeva una piena disposizione alla rissa.
Eravamo assediati dagli studenti per corrispondenza. Fallito l'esame, spesso non partivano, perché la trasferta veniva loro pagata soltanto qualora l'esito fosse stato pienamente positivo. Pensai che si trattasse dell'ennesimo studente bocciato, venuto a dimostrarmi che avrebbe meritato la sufficienza. La faccenda, invece, si rivelò essere tutt'altra.
Una volta entrato, l'uomo si presentò. Era Solgenitsyn, fresco di notorietà per il suo primo racconto Odin den'Ivana Denisovica (Una giornata di Ivan Denisovic). Non ricordo come si presentò, ma dalle parole e dai gesti si capiva che era venuto per spaccarmi il muso. Per spiegare la situazione è necessario fare un passo indietro.
A quel tempo i nostri corsi degli ultimi anni erano piuttosto duri. Zara Grigor'evna approfittava con passione del fatto che si fossero un po' ampliate le possibilità di inserire novità nel programma. Il corso di letteratura sovietica si stava rapidamente facendo interessante. Si era riusciti a rosicchiare spazio agli scrittori «insigniti di premi», introducendo parzialmente al loro posto la letteratura di emigrazione e gli scrittori repressi dal regime. Tutto ciò rappresentava una novità assoluta. Né a Leningrado né a Mosca si faceva niente del genere.
E così in istituto si era formato un piccolo gruppo di studenti che, sotto la guida di Zara Grigor'evna, studiava l'opera di Bulgakov. Uno di loro, un russo residente in Estonia, ragazzo molto promettente e giovane di grande capacità, ma alcolizzato e cleptomane sin dall'infanzia (cosa che ignoravamo), partecipava a queste lezioni. Con le referenze fornite da me e da Zara Grigor'evna, fu accolto in modo ospitale da Elena Sergeevna Bulgakova e gli fu permesso di leggere una copia dattiloscritta del romanzo Master i Margarita (Il Maestro e Margherita), a quel tempo ancora inedito. Dopo qualche tempo cominciò ad apparire in istituto con il dattiloscritto di questo romanzo (non era la prima copia, ma conteneva correzioni d'autore a matita): lui assicurava di aver ricevuto il manoscritto in modo lecito da Elena Sergeevna.
Poi la storia ebbe risvolti davvero bulgakoviani. Preoccupata, Elena Sergeevna ci informò che le era stata sottratta una copia del Maestro e Margherita e che era estremamente allarmata poiché, dal momento che si stavano svolgendo le trattative con Simonov per la pubblicazione (trattative che lasciavano sperare ben poco e andavano per le lunghe, ma non cessavano), se il manoscritto fosse stato utilizzato all'estero e là pubblicato, sarebbe per sempre (a quel tempo sembrava «per sempre») svanita la possibilità che uscisse in Urss.
Mi recai a casa dello studente suddetto. Abitava all'estrema periferia di Tartu, in una solida casa appartenuta a mercanti e costruita probabilmente negli anni dieci, con un ricco frutteto e un alto steccato con il cancelletto chiuso. La prima cosa che mi balzò agli occhi fu una mensola, su cui stava un'enorme quantità di libri che mi erano spariti. Mi comportai in modo un po' teatrale, nello spirito del marchese di Posa (personaggio del Don Carlos di Friedrich Schiller, ndr), cosa che forse adesso mi vergogno a riferire; ma i fatti sono fatti. Feci un gesto teatrale e proferii con voce da personaggio schilleriano: «Questi libri vi servono? Ve li regalo!» (certo, avrei dovuto comportami in modo più semplice, ma in quel momento mi comportai così; evidentemente, fu proprio questa teatralità a sortire un certo effetto). Dopodiché mi voltai e, sempre con voce da marchese di Posa, dissi qualcosa del tipo che se nella sua anima era rimasto un briciolo di onore doveva entro sera portarmi il manoscritto di Bulgakov e che non avevo intenzione di frugare a casa sua e fare una perquisizione. Poi uscii.
Il ladro, che stavo aspettando a casa, non compariva. Era notte (Zara Grigor'evna e i bambini erano già a letto), sedevo accanto alla lampada da tavolo nella stanza buia e aspettavo. Intorno alle due, sulle scale si udirono dei passi. Nella porta aperta si infilò una mano e in anticamera fu lasciata cadere una lettera (questa lettera dev'essere nel mio archivio). Dopodiché i passi si allontanarono e la porta si chiuse.
La lettera era veramente spaventosa. Una lettera del genere avrebbe potuto scriverla un misto di Svidrigajlov e Marmeladov (personaggi di Delitto e castigo di Fëdor Mihailovic Dostoevskij, ndr). Era una lettera di pentimento, con turpi particolari e un pizzico di insania in perfetto spirito dostoevskiano. Nella lettera si diceva che il manoscritto era già stato inviato a Elena Sergeevna (un particolare: lo studente aveva spedito un pacco non raccomandato, benché allora la differenza di spesa si riducesse a insignificanti copeche; in compenso i pacchi non raccomandati spesso andavano smarriti).
Questo episodio precluse al protagonista quel posto di dottorando che, fino a quel momento, gli spettava indiscutibilmente. Gli fu assegnato un posto in una scuola di periferia lontana da casa sua, e in breve tempo lui si diede al bere e morì. A proposito, era un tipo molto bello.
Ed ecco che questa vicenda ebbe un'inaspettata continuazione. Avevo già saputo da Elena Sergeevna che il problema era stato risolto (era rimasta urtata dal fatto che il manoscritto fosse stato spedito per posta normale, e io, quale involontario complice in tutta quella dannata vicenda, mi sentivo in imbarazzo quando incrociavo Elena Sergeevna, benché non l'abbia mai sentita rimproverarmi o incolparmi di nulla). Ma risultò che, per un determinato periodo, lei non sapeva che il manoscritto le era stato inviato. E proprio durante quel «determinato periodo», di domenica, sentii quell'energico bussare alla nostra porta.
Per fortuna, le mie parole riuscirono a tranquillizzare fin da subito Solgenitsyn con la notizia che il manoscritto era già stato spedito a Elena Sergeevna e che, se non era ancora arrivato, sarebbe dovuto arrivare quel giorno o il successivo. La conversazione prese subito un'altra piega. Non ricordo di cosa abbiamo parlato, ma gli argomenti principali, a quanto pare, furono Una giornata di Ivan Denisovic e la possibilità di sistemare all'osservatore estone o all'istituto di fisica il brillante astronomo Tal Dei Tali, che dopo il lager voleva verificare empiricamente certi calcoli teorici relativi alla separazione degli elementi dell'aria (o di certi gas?) sulla Luna e alla possibilità di una forma primitiva di vita: a quel tempo era senza lavoro. Io e Solgenitsyn ci separammo in piena serenità, quello stesso giorno passai da lui in albergo e passeggiammo a lungo per Tartu. In seguito ci scambiammo alcune lettere. Purtroppo non ci siamo più incontrati.

 

 

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