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Categoria: In libreria

IL SILENZIO DI STALIN
I primi dieci tragici giorni dell'Operazione Barbarossa

di Constantine Pleshakov

2007 - Ed. Corbaccio, pagg.370, euro 24,00.

I libri di argomento storico-militare sono spesso relegati in libreria in settori ben distinti e raggiunti solo da appassionati del settore. Per questo vogliamo presentare, nella nostra vetrina virtuale, un'opera che ha trovato poco spazio l'anno scorso fra le novità editoriali e che, ciò nonostante, merita di essere segnalata perché riesce discretamente nel compito di presentarsi scientificamente attendibile e ben documentata e, al contempo, di facile lettura.
L'opera in questione è “Il silenzio di Stalin - I primi dieci tragici giorni dell'Operazione Barbarossa” di Costantine Pleshakov, storico russo ormai di stanza negli USA e autore di diversi testi relativi alla storia russa del XX Secolo. A parte qualche nota di colore di troppo (e il colore, in questo caso, è un nero seppia) e alcune ripetizioni e sbavature stilistiche, Pleshakov trascina il lettore in una avvincente ricostruzione di come e perché l'Unione Sovietica arrivò così clamorosamente impreparata, nonostante il massiccio dispiegamento di truppe lungo tutto il fronte, alla fatidica notte del 21 giugno 1941, quando la Germania nazista dichiarò guerra all'URSS e le sue truppe varcarono il confine fra i due paesi, rendendolo partecipe delle drammatiche condizioni in cui un'intera nazione, quasi senza rendersene conto, si trovò a vivere la più terribile delle guerre; condizioni, aggiungiamo, che avrebbero probabilmente piegato qualsiasi popolo, ma non quello russo, da sempre abituato alla sofferenza e al sacrificio.
Cosa successe esattamente? Perché i molteplici segnali di un imminente attacco vennero trascurati? Di chi fu la responsabilità di una disposizione delle divisioni dell'Armata Rossa incompatibile con qualsiasi strategia difensiva?
Pleshakov parte da lontano, dalla decapitazione dell'Armata Rossa durante gli anni del Grande Terrore, quando oltre trentamila ufficiali vennero arrestati e deportati o passati per le armi, e non nasconde di considerare Stalin il vero responsabile del disastroso avvio del conflitto, mettendone in evidenza le molte colpe personali. Tuttavia, per spiegare come e perché un evento per tanti versi prevedibile come l'offensiva tedesca abbia avuto un effetto così devastante, la sua attenzione va soprattutto ai primi mesi del 1941 e a un aspetto controverso ma che i documenti a cui gli storici hanno avuto accesso dopo la caduta dell'URSS sembrano avvalorare in modo definitivo: Stalin conosceva le intenzioni di Hitler e stava a sua volta predisponendo un piano offensivo “preventivo”, ma riteneva che l'impegno sul fronte occidentale avrebbe tenuto impegnata la macchina bellica nazista ancora per un anno almeno. Il dispiegamento del piano di attacco, deciso dopo molte titubanze e messosi lentamente in moto solo all'inizio di quell'anno, senza peraltro essere noto a quasi tutti gli ufficiali che erano al comando delle divisioni al fronte, ebbe però l'effetto di sbilanciare l'esercito, non ancora pronto ad attaccare ma pericolosamente esposto all'offensiva altrui.
Il racconto della notte del 21 giugno e delle giornate che seguirono è la parte più avvincente del testo, se non altro perché l'autore, pur non trascurando di illustrare giorno per giorno la situazione sui campi di battaglia dei vari fronti e l'avanzata quasi trionfale dei blindati tedeschi, apre frequenti e ampi squarci sul lato umano della tragedia in atto: vittime e conquistatori, eroi e inetti, una lunga serie di personaggi di primo piano e di semplici testimoni oculari diventano protagonisti di un dramma che si compie quasi in sordina, mentre poco lontano dal fronte la popolazione russa ancora non sa cosa stia realmente succedendo.
Anche in questa seconda parte dell'opera, spicca il negativo ruolo di Stalin. Molto si è teorizzato sui veri motivi della sua inerzia nei primi giorni del conflitto, ma Pleshakov, ricostruendo minuto per minuto la vita entro le mura del Cremlino in quei giorni, arriva alla conclusione che all'inizio il Piccolo Padre fosse semplicemente inadeguato: i suoi orari, che si guardò dall'adattare alla straordinarietà della situazione, non coincidevano con quelli della battaglia in corso, la necessità da parte dei generali Zukov e Timoscenko di sottoporgli ogni decisione importante bloccava in modo insensato e drammatico la catena di comando, peraltro già rallentata dall'inefficiente rete di comunicazioni interna, e i ritardi e le poche informazioni attendibili che giungevano dal fronte rendevano inattuabili le ordinanze emanate. Nel contempo, Stalin non voleva prendersi ufficialmente la responsabilità del comando supremo per poter più facilmente attribuire ad altri gli insuccessi che si andavano accumulando e da ciò derivò l'impressione di una sua “assenza” durante le prime, decisive ore del conflitto. Solo man mano che prendeva coscienza della catastrofica perdita di suolo russo a cui la scriteriata condotta militare sua e del suo entourage stava portando, entrò in uno stato di apatia e depressione, convinto che il suo potere fosse ormai sul punto di cadere. Ciò nonostante, il terrore di cui aveva permeato il paese lo salvò da quello che, in altre circostanze, sarebbe naturalmente accaduto: nessuno osò anche solo provare a scalzarlo e, dopo un giorno di totale assenza trascorso nella sua dacia fuori città, Stalin fu quasi costretto da Zukov, Molotov e compagni a riprendere definitivamente in mano il controllo della situazione.
Nel frattempo, ai primi di luglio l'esercito tedesco era avanzato lungo tutto il fronte e si apprestava a dare l'assalto a Mosca, a Leningrado, a Kiev...
Cosa successe dopo, e come le sorti della guerra siano poi radicalmente mutate, è un'altra storia, che non può tuttavia prescindere da quei drammatici primi venti giorni, in cui l'URSS contò 600.000 caduti delle oltre 8 milioni di vittime patite durante l'intero conflitto, in cui le migliori divisioni dell'Armata Rossa furono spazzate via dagli aerei della Luftwaffe e dai panzer della Wermacht: l'umiliazione, la sofferenza e la rabbia che ne derivarono furono probabilmente la radice di ogni successivo atto di eroismo e di sacrificio dell'esercito e della popolazione civile russa.

Marcello Brignone

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