Il buon Stalin - copertina

IL BUON STALIN

di Viktor Erofeev

pagg.300, euro 19.00
traduz.Luciana Montagnani
Einaudi Editore

"Alla fine avevo ucciso mio padre. La solitaria lancetta dorata sul quadrante blu della torre dell'università di Mosca sulle colline di Lenin indicava 40° sotto zero. Le auto non si mettevano in moto. Gli uccelli avevano paura di volare. La città si era rappresa, come una gelatina ripiena di uomini. La mattina, guardandomi nello specchio ovale del bagno, avevo scoperto che i capelli sulle tempie mi si ernao ingrigiti nell'arco di una sola notte. Avevo trentun'anni compiuti. Quello è stato il gennaio più freddo della mia vita. "

Questo l'invitante incipit de "Il buon Stalin" di Viktor Erofeev, romanzo pubblicato da Einaudi nell'aprile dell'anno scorso ma di cui in Italia si è scritto molto ancor prima che ciò avvenisse, probabilmente grazie alla forte e fascinosa personalità del suo autore, o alla passione che egli nutre per il nostro paese e che lo ha portato spesso a contatto con media e istituzioni culturali italiane.
In poche parole, direi che da noi Erofeev sia più conosciuto di quanto sarebbe pensabile sulla scorta di una produzione letteraria piuttosto risicata, tant'è che già nel febbraio del 2000 (all'epoca, di lui avevo letto solo "La bella di Mosca"), avevo conservato un articolo a sua firma, apparso in esclusiva su una patinata rivista italiana, con il titolo "Così ho ucciso mio padre". Quell'articolo mi aveva intrigato: la spy-story di "Metropol'", il rapimento da parte del KGB, le pressioni sul padre... E' così, dunque, che nasceva uno scrittore "dissidente"?
Sono passati otto anni, e la vicenda autobiografica del parricidio compiuto dal giovane Viktor nel 1979, divenuta romanzo, è finalmente giunta nelle nostre librerie. Devo confessare che, nonostante qualche dubbio iniziale, ho apprezzato molto - e consiglio - la lettura de "Il buon Stalin", che è si un romanzo autobiografico (ancorché no - stando al suo autore), ma che affronta con acume e grazia dei temi universali, come il difficile rapporto genitori-figli, o più specificamente legati alle dolorose vicende che hanno segnato la Russia nel corso del XX secolo.
Il romanzo prende lo spunto da una storia che l'autore conosce bene: quella dei genitori, entrambi sin da giovani al servizio dell'URSS e del suo apparato burocratico, sotto la cui ala il padre condurrà una brillante carriera diplomatica; e naturalmente la sua, vissuta sin da piccolo in una condizione di costante privilegio a cui si ribellerà, una volta maggiorenne, condannando il padre alla "morte" politica e lavorativa pur di affermare quello che sente come il proprio destino, diventare scrittore, ancor prima di aver pubblicato alcunché di significativo.

Il "buon Stalin" del titolo ha quindi solo parzialmente a che fare con quello vero - di cui il padre Vladimir raccontava il fare cordiale nelle occasioni in cui aveva lavorato al suo fianco come interprete, e molto, invece, con il padre stesso, un comunista "puro", convinto della bontà della sua missione e restìo fin quasi alla dabbenaggine ad approfittare della sua posizione in nome della fedeltà a un'idea e a un sistema. E se nel corso del romanzo affiora spesso la domanda "ma egli amava Stalin?, ha pianto alla sua morte?", la risposta, implicita o esplicita, pur cambiando negli anni, ci ricorda che la storia di quei settan'anni di potere bolscevico in Russia non può esimersi, oltre che dall'immergersi nella infinita sofferenza inflitta a piene mani al popolo russo e così ben narrata, ad esempio, nell'Arcipelago Gulag, dal fare i conti con ciò che è stato di quella parte di popolo che ha vissuto fianco a fianco con gli "assassini", che ne ha condiviso le sorti, li ha frequentati, venerati, seguiti con convinzione, senza poter o dover mai fare i conti con alcun senso di colpa, nonostante ogni tanto un amico o un vicino venisse risucchiato dal gorgo.
Anche solo per questo motivo, credo valga la pena di leggerlo, "Il buon Stalin". Il perché il "piccolo padre", al contrario di altri brutali tiranni, sia rimasto nella profondità della coscienza russa quasi un'entità divina, è per Erofeev occasione di analisi e interessanti riflessioni, anche quando diventano più metafisiche che oggettive.
E d'altronde non è meno interessante, per chi conosca per grandi linee la vicenda della rivista "Metropol'", la ricostruzione che ne fa Erofeev, che di quel progetto fu uno dei principali attori. Attraverso il suo racconto rivive quel clima di ribellione e di riconquista di spazi di libertà che attraversò gli ultimi anni del regime sovietico, con i suoi protagonisti più o meno celebri, più o meno coraggiosi, più o meno disinteressati, dalla poetessa Inna Lisnjansksaja, di cui Russianecho, grazie a Fiornando Gabbrielli, ha pubblicato alcune liriche, al poeta-cantastorie Bulat Okudzhava, mai divenuto ufficalmente un "dissidente" ma le cui canzoni hanno segnato un'epoca, da Aksenov a Iskander.
Per concludere, tocca al lettore trarre le conclusioni, se Erofeev sia un grande scrittore o meno. Questo libro, tuttavia, mi induce a pensare che non si tratti di un fenomeno "mediatico", perché di romanzi di questo livello, in libreria, non se ne trovano facilmente. Naturalmente, la speranza è che non si debba aspettare, per il suo prossimo romanzo, altri vent'anni...

 

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