SAN'KJA

di Zachar Prilepin

pagg.384, euro 14.00
Voland Edizioni

Dopo "Patologie", il suo esordio letterario, è uscito nelle nostre librerie anche il secondo romanzo del 36enne Zachar Prilepin, "San'kja", pubblicato in Russia già nel 2006.

Prilepin è uno scrittore giovane ma ha già ottenuto numerosi riconoscimenti in patria ed è una fortuna che la casa editrice Voland abbia deciso di proporlo al pubblico italiano.

Se "Patologie" - "opera prima" di grande impatto che meriterebbe un articolo a sé stante - prende spunto dall'esperienza in Cecenia, dove Prilepin ha combattuto quando prestava servizio negli OMON, "San'kja" è ambientato in un altro milieu che lo scrittore, fiancheggiatore della coalizione di opposizione "Drugaja Rossija" e attivo sostenitore del movimento "Strategia 31" nella sua città natale Nizhny Novgorod, conosce bene.

San'kja, diminutivo dal sapore agreste di Aleksej affibbiatogli dai nonni in vece del più diffuso Sasha, è infatti un giovane "antagonista" (in Russia spesso definiti genericamente hulygani) membro attivo di un movimento cosiddetto "unionista" il cui capo, Kostienko (figura dietro la quale non si ha difficoltà a scovare l'Eduard Limonov fondatore del Partito Nazionalista Bolscevico che di Drugaja Rossija è parte) , è in carcere.

In Russia esistono molti gruppi numericamente significativi di estrema destra, nazionalisti, nazional-comunisti, legati alle frange ultras delle società di calcio, vicini al partito di governo o in netta contrapposizione, e tutti attingono a piene mani all'immenso serbatoio giovanile: il romanzo apre uno spiraglio su questo universo, è una testimonianza viva, presumibilmente fedele, letterariamente valida e ben congegnata di cosa possa muovere Sasha e altri giovani che come lui cercano lo scontro con i "diversi" o con la polizia (rozza, violenta, ma non più di quanto, assicura Prilepin in un'intervista, sia effettivamente nella realtà) come espressione dell'apparato statale, cosa li spinga a rivoltare e distruggere tutto ciò che trovano sulla loro strada, quale senso di frustrazione li porti, di fronte a un sistema politico cinico e corrotto e a una società dove "arrivare al successo" significa avere denaro, auto costose, belle donne, a cercare rifugio in un'idea di patria tradita e offesa, una patria da vendicare.

Il senso di sconfitta è quello che più lascia il segno, nelle pagine di Prilepin. E' sconfitta la Rus' che fa capolino nella descrizione del villaggio natale del padre, un luogo sperduto e abbandonato, dove alcol e miseria hanno decimato gli abitanti. Da quel villaggio moribondo Sasha fugge, ma ad esso, ultimo baluardo di una Russia pressoché svanita nell'arco di pochi decenni, torna o cerca di tornare, e non è un caso che tra le pagine secondo noi più riuscite di "San'kja" vi siano quelle del racconto del trasporto della bara del padre al villaggio o della sosta forzata, durante la fuga con i compagni di partito, in una sperduta izba di campagna: sono quelle in cui la nostalgia per il mondo perduto trova in Prilepin libera espressione...

E' sconfitta anche la Russia dei genitori di Sasha, una Russia provinciale in cui il lavoro dipendente, ancor oggi quasi sempre per conto dello Stato, che sia da insegnante o infermiera, significa essere a un passo dal baratro della povertà, e per tirare avanti con una paga del tutto insufficiente o si ricorre alla vodka o si è costretti a lavorare oltre ogni limite per portare a casa qualche copeco in più.

E' sconfitta, infine, anche ogni speranza di ribellione violenta, perché la repressione, inevitabile quanto feroce, non tarderà ad arrivare. E tuttavia, l'energia distruttrice che questa massa giovanile esprime al cospetto del potere è espressione di una lotta di classe fra un sottoproletariato che non vuole rassegnarsi a una vita priva di speranza e una "nuova" borghesia che è già in controllo del potere ma ancora troppo poco numerosa e costretta a difendere con ogni mezzo i privilegi acquisiti; una lotta che è forse l'ultima manifestazione di vitalità in una società insoddisfatta ma assopita, rassegnata, allineata al messaggio che la tv, sempre lei, il moloch che dappertutto può arrivare e ogni verità può stravolgere, decide di far "passare".

Nel romanzo trovano spazio anche alcune discussioni di carattere ideologico fra Sasha e Bezletov, la manifestazione letteraria del "nemico", colui che opportunisticamente vorrebbe "canalizzare" o meglio ancora depotenziare la carica di ribellione che pervade il giovane e i suoi amici. Sono quelle, forse, la parte più debole del libro: pur comprendendo il bisogno di Prilepin di spiegare più estesamente al lettore le "ragioni" dei ribelli, il tipo di capacità dialettica attribuita a Sasha suona, a tratti, poco credibile.

Non riteniamo, tuttavia, che "San'kja", pur avendo una forte carica politica, debba per questo essere considerato alla stregua di un pamphlet di parte: anzi, è un romanzo di grande impatto, in cui storie e personaggi hanno quel giusto grado di verità, di corposità, tale da renderne la lettura sicuramente gratificante.

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