L'ESPERIMENTO PROFANO

Dal capitalismo al socialismo e viceversa

di Rita Di Leo

pagg.180, euro 10.00
EDIESSE Editore

 

E' apparso recentemente un nuovo lavoro “l'Esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa” della Prof. ssa Rita di Leo sull'URSS, sull'esperimento sovietico che determinò un “rovesciamento sociale: la classe operaia al potere”. L'esperimento è definito “profano”, in quanto quello nato dalla rivoluzione russa del 1917 “appartiene al laico Novecento europeo” ed “è slegato da Dio e da Cesare” a differenza degli altri due tentativi di rendere gli uomini felici sulla terra, descritti come “sacri esperimenti”.

 

Il libro pone l'accento sugli obiettivi della società sovietica: realizzare “l'esperimento alternativo al resto del mondo della creazione di una società post-capitalista” e precisamente di una società socialista caratterizzata da una “economia senza profitto”, pianificata.

 

Uno degli argomenti centrali è il partito: “un partito diretto da quadri di estrazione popolare” … “condizione necessaria per il successo dell'esperimento sovietico”.

 

L'autrice, nel paragrafo “Gli eredi designati”, parte dal passaggio di consegna del potere dagli intellettuali alla classe operaia: “l'intellettuale indispensabile alle origini dell'esperimento, perde il suo ruolo creativo per assumere la funzione di addetto all'ideologia sovietica”. I nuovi operai sono “destinati a diventare i nuovi dirigenti” perché “la realizzazione del socialismo spettava a chi materialmente lo costruiva”.

La di Leo segue quindi tutto il percorso che porta ad “un partito i cui vertici erano ormai tutti di estrazione popolare” giungendo alla conclusione per cui “gli uomini del lavoro manuale, dal fondo della scala sociale avevano raggiunto la cima e da lì si ponevano come seconda potenza industriale e strategico-militare”.

 

Significativo è l'esempio addotto dall'autrice: “Khrushev è il lavoratore manuale di provincia …, è il primo leader che incarna la promozione della classe operaia a classe dirigente, voluta da Stalin”.

 

Nel sottolineare inoltre come la sconfitta delle follie belliche del nazismo sia dipesa in gran parte dall'esercito sovietico, la di Leo non manca di descrivere l'atteggiamento degli altri Stati nei confronti dell'URSS, evidenziando la guerra ideologica condotta contro l'esperimento di “rovesciamento sociale” operato con la Rivoluzione d'Ottobre. L'URSS è costretta a difendersi dalla “permanente ostilità di tanta parte del mondo” dando priorità al settore strategico-militare “in frenetica concorrenza con la potenza strategica americana”. Tutto questo inevitabilmente finisce con il determinare squilibri a favore dell'industria pesante, stante la paura dell'accerchiamento.

 

Malgrado ciò la costruzione del socialismo influenza anche il resto del mondo, per cui le politiche di Welfare nei paesi capitalistici sono anche provocate, secondo l'autrice, dalla paura dell'esperimento sovietico.

 

Va da sé che la stessa legislazione di tutela sociale ha costituito un modello di riferimento per i sindacati di categoria dei paesi capitalistici.

 

D'altra parte l'influenza dell'esperimento sovietico si è avuta, a nostro avviso, anche nella fase costituente del nostro paese, tant'è che fu detto che la Costituzione italiana era stata scritta “per metà in latino e per metà in russo” con riferimento in particolare ai principi stabiliti nel titolo III – agli articoli 41, 42 e 43.

 

Nel capitolo finale del libro “Fallì con il mercato”, l'autrice si concentra sulla fine dell'URSS, sulle responsabilità di Gorbačev e sulla rivincita dell'èlite economica.

 

Relativamente agli avvenimenti storici del 1991 è di particolare interesse la descrizione dei fatti dell'agosto, da sempre definiti sbrigativamente dalla maggior parte degli osservatori occidentali – “il golpe dell'agosto del '91”, attuato dal Comitato Statale dello stato d'emergenza. La di Leo invece interpreta in maniera diversa l'ultimo disperato tentativo delle più alte cariche dello Stato di salvare l'URSS: “il 19 agosto del 1991, un piccolo gruppo di alti funzionari del partito andò a trovare in vacanza l'ultimo segretario generale del PCUS, sempre lo stesso Gorbachev, nell'intento di fargli cambiare la sua strategia di logoramento del potere sovietico. Non vi riuscirono e furono additati al paese e al mondo come responsabili di un colpo di Stato, colpevoli di cambiare il cambiamento in corso in URSS. E così effettivamente era, solo che dal loro punto di vista si trattava di difendere la sopravvivenza dell'URSS. L'anno dopo l'URSS sparì dalle carte geografiche”.

 

E' noto da tempo il giudizio di Rita di Leo sull'operato politico di Gorbačev: il suo ruolo entra nella storia principalmente “come rex destruens: le sue imprese sono la rinuncia al socialismo-comunismo nell'edizione sovietica e la disgregazione della seconda potenza strategico-militare del mondo che egli – come un Napoleone al contrario – ha imposto al suo popolo e al suo paese mentre regalava al resto del mondo la fine del bipolarismo USA-URSS”. (Vecchi quadri e nuovi politici. Chi comanda davvero nell'ex URSS).

 

Il giudizio su Gorbačev è inequivocabilmente negativo – Gorbačev, ricorda la di Leo, “è tra l'altro quello che espulse i comitati di partito dalle fabbriche” ed in particolare con la scelta presidenzialista abbreviò i tempi della resa finale, dando luogo ad un presidenzialismo che da lì a poco sarà osteggiato dai presidenzialismi concorrenti, da quelli cioè che per elezione diretta venivano ad essere presidenti delle singole repubbliche.

 

Gorbačev, è stato infatti molto amato in occidente, ma poco amato in patria. Basti ricordare il suo “successo” alle elezioni presidenziali in Russia nel 1996 quando ottenne poco più dell'1% dei voti.

 

“Quando arrivarono Gorbachev e Yeltsin” sentenzia l'autrice, abbiamo “il ritorno al capitalismo e alla borghesia”.

 

L'autrice descrive i primi passi del capitalismo post-sovietico, caratterizzato dalla “acquisizione alegale d'impianti di produzione”, la “rete degli interessi economici locali nelle mani di potenti locali” e la “finanza speculativa”. Mette in luce come tutto ciò abbia determinato diseguaglianze, individualismi e soddisfacimento di interessi di parte.

 

Ricostruisce inoltre la salita al potere degli “alti quadri dei ministeri ex sovietici. Grazie ai proventi delle privatizzazioni e ai giochi sui differenziali tra prezzi domestici e internazionali, essi divennero i proprietari dei maggiori gruppi finanziari e industriali” nei settori strategici dell'economia.

 

Nelle conclusioni viene sottolineata la sconfitta operaia e popolare. Una sconfitta di cui l'élite del mondo intero, “ne prendeva atto con unanime sollievo”

 

L'autrice si pone indubbiamente in un' ottica alternativa rispetto all'impostazione di altri sovietologi. La fine dell'URSS “ha fatto perdere di credibilità la cultura europea” che pure aveva ispirato l'esperimento.

 

La conclusione, cui giunge la di Leo, è che la fine dell'esperimento sovietico ha sancito la vittoria dell'avversario e “rischia di trascinare noi europei nel risucchio del modello nordamericano”.

 

Ivan Marino

 

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