Il noto sociologo russo racconta agli studenti messinesi la Russia che cambia. “Berlusconi sulla Cecenia non sbaglia”.
Il paese è in netta ripresa economica. I russi sono favorevoli all’Unione, ma rimangono antiamericani. Sul caso Yukos il premier italiano avrebbe fatto meglio a tacere.

Transizione e identità nazionale. Sono le due parole chiavi di cui si è servito Zaslavsky per spiegare la situazione attuale della Russia all’uditorio messinese. Transizione politica, economica e ricerca di una nuova identità russa dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Victor Zaslavsky, sociologo leningradese costretto all’emigrazione nel 1975 e ora docente alla LUISS di Roma, è stato invitato dall’Università di Messina (Dipartimento di studi sulla civiltà moderna) in collaborazione con la fondazione Bonino-Pulejo, nell’ambito di una serie di incontri di riflessione sul ruolo dell’Occidente nel nuovo secolo.

Zaslavsky, nell’aula magna della Facoltà di lettere piena di studenti, ha parlato di una transizione che anche in Russia ormai, come negli altri paesi dell’orbita sovietica, dopo aver toccato il fondo con tutti gli indicatori economici e sociali, è in una fase ascendente. Fase iniziata in Russia dopo il ’98 e che non si è più arrestata. Si parla di un tasso di crescita economica annuo del 6-7% annuo. La transizione ha cambiato il volto produttivo del paese caratterizzato in precedenza dal ruolo preminente dell’industria manifatturiera e costretto a mutarsi rapidamente in quello post industriale della informatizzazione, della finanza e dei servizi.

Tenendo conto delle dimensioni e delle problematiche della Federazione Russia, il risollevamento è avvenuto in tempi molto stretti. Lasciando sul campo tuttavia non poche “vittime”; ricordiamo che ancora oggi il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e che anche il nuovo benessere è visibilmente concentrato in alcune aree del paese a discapito di altre.

Di non poca rilevanza è il problema dell’identità nazionale. Sparito (o comunque in via di estinzione definitiva) l’homo sovieticus, rimane un individuo privato dell’Impero ma ancora cittadino del paese più grande e più ricco (anche se solo potenzialmente) del mondo. A questo dato di fatto non corrispondono il ruolo e il peso concessogli sullo scenario internazionale, ridotto ai minimi termini negli anni elziniani e forse, soltanto ora, in ripresa con Putin. Non a caso i dati forniti da Zaslavsky hanno rilevato un mutamento nell’opinione dei russi nei confronti dell’Europa. Nel 1996 il 57% dichiarava di non essersi mai sentito europeo, nel 2002 invece il 53% si diceva europeo e solo una piccola parte si dichiarava ostile all’Europa.

Ben diverso è l’atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti, che continua a rimanere di avversione nella maggior parte dei russi. Zaslavsky se lo spiega come un residuo dell’epoca sovietica e col sentimento di frustrazione per la perdita del potere, una sorte di sindrome da privazione dell’Impero, che anche gli inglesi a suo tempo hanno vissuto. Una spiegazione che onestamente sembra tralasciare il ruolo attivo che gli Stati Uniti hanno storicamente giocato, da Wilson (subito dopo l’Ottobre del ‘17) fino ai giorni nostri, nel minare in tutti i modi, leciti e illeciti, la potenza della Russia e che il russo medio di qualsiasi credo politico ha sempre percepito. Per non parlare dei modelli culturali americani che il russo ha sempre guardato con curiosità e stima all’occorrenza, ma lontani dalla sua storia e dalla sua identità, molto più vicina all’Europa.

Non poteva mancare la domanda sulla Cecenia e sui recenti avvenimenti legati alle dichiarazioni del nostro premier che ha espresso pieno sostegno a Putin. Zaslavsky ha ripercorso le vicende della Cecenia dopo il 1991 ricordando fra l’altro che l’Unione Europea non ha mai sostanzialmente fatto niente, perché riconoscere l’indipendentismo ceceno avrebbe significato aprire le porte a qualsiasi rivendicazione nazionalistica nel cuore stesso dello spazio del mercato comune. Ma Zaslavky ha posto l’accento soprattutto sul fatto che oggi la stragrande maggioranza dei ceceni vuole (e non è solo il recente referendum a dimostrarlo) la pace con i russi e accetta di rimanere nell’ambito della Federazione come repubblica autonoma. Il mito romantico “indipendenza o morte” è solo di una minoranza guerriera ormai di professione e al soldo di non si sa più di chi. “In questo senso Berlusconi - ha detto Zaslavsky- ha ragione ed ha avuto il coraggio, politicamente scorretto, di dirlo. Altra cosa sono i diritti umani che vanno rispettati e che l’Europa può giustamente, questo sì, pretendere che sia fatto”.

A microfoni spenti lo studioso russo si esprime sul caso Yukos, la grande compagnia petrolifera russa il cui dirigente è stato di recente arrestato per corruzione. “E’ stato un colpo per la democrazia, non tanto perché è finito in carcere un mecenate, quanto perché questi era appena sceso in politica nel campo dell’opposizione. Proprio Berlusconi – ha detto senza mezzi termini Zavlavsky- doveva starsene zitto”.

 

Giuseppe Iannello

 

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