Pietro A. Zveteremich

Aggiornata il 29 Maggio 2009  •  1 Commenti

L'avo di Stalin


Alla fine del XVII secolo Mosca è ancora un immenso villaggio di legno. Fra la folla cenciosa di contadini miserabili che vengono in città a smerciare carne e legumi, di artigiani, di soldati, spicca a volte la pelliccia d’ermellino d’un Boiardo dalla barba fluente. I Boiardi non sono più potenti come un tempo, la Russia ha ormai un potere centralizzato nello zar e nel suo governo, ma i Boiardi ancora muovono i fili delle congiure di palazzo.

Come sovente nel passato, anche ora, alla fine del Seicento, la situazione della casa regnante appare quanto mai precaria. Nel 1676 è morto lo zar Alessio, il padre del futuro Pietro il Grande, e per sei anni regna Fjodor, fratellastro di Pietro. A quest’ultimo, che è ancora bambino, spetterà un giorno di regnare sulla Russia, ma, nel Cremlino, la famiglia Narysckin, cui appartiene l’ex zarina Natalja madre di Pietro, è sopraffatta dai Miloslavskij. Con il loro appoggio Sofja, la sorella dello zar Fjodor, mira a impadronirsi del potere e non lascia nulla di intentato per impedire che Pietro salga un giorno sul trono. Ella induce persino Fjodor a risposarsi, ma anche dalla seconda moglie lo zar non ha successori e, intanto, il figlio di Alessio e di Natalja Narysckin cresce.

E’ nato nel Cremino il 30 maggio (9 giugno, secondo il calendario gregoriano) del 1672, ma l’ambiente che lo circonda sin dall’infanzia non è quello tradizionalmente russo. In casa la madre porta i gusti occidentali della famiglia, il fanciullo si balocca con giocattoli tedeschi e pezzi d’artiglieria in miniatura. Prima ancora che compia i cinque anni, viene affidato a un maestro ma, almeno sino ai dieci anni, l’istruzione che gli impartiscono in nulla si discosta dai costumi patriarcali e ortodossi della corte. Sono gli avvenimenti della primavera del 1682 che spezzano bruscamente l’infanzia di Pietro e avranno un peso determinante nella sua vita.

Il 27 aprile muore lo zar Fjodor. Persuaso dell’incapacità del fratello carnale Ivan, egli designa Pietro quale unico successore e la nomina viene ratificata dal consiglio dei Boiardi e dal clero. Allora Sofja e i Miloslavskij, paventando d’essere in tal modo esclusi da ogni partecipazione al potere, giocano il tutto per tutto. Si diffonde ad arte la voce che Ivan è stato strangolato dai partigiani dei Narysckin e di Pietro, e così si eccitano gli animi fra il popolo, mentre si incita il corpo degli Streltsy, ossia degli arcieri, che tradizionalmente si erge a difesa del potere costituito, a prendere le armi. Durante il mese di maggio Mosca è teatro di fatti sanguinosi e memorabili: gli Streltsy scatenati chiedono la testa dei loro comandanti e invadono il Cremino. I Boiardi si riparano ove possono, il clero ortodosso tace, mentre si consegnano agli ammutinati gli uomini più in vista della famiglia Narysckin. Il vecchio Matveev viene gettato dalle mura del Cremino e impalato sulle lance degli Streltsy, il padre e il fratello dell’ex zarina Natalja vengono sacrificati al loro furore, la città intera è in loro balia. Gli Streltsy in rivolta ottengono, infine, che Ivan sia nominato zar a fianco di Pietro e che Sofja venga proclamata reggente, ma anche Sofja, che pure ormai ha realizzato le sue mire, dura fatica a far cessare la sedizione.

Questi avvenimenti si imprimeranno per sempre nella mente di Pietro, il quale ha appena compiuto i dieci anni. Egli vi assiste con una fermezza che non è della sua età, vede tremare davanti ad un manipolo di armati le forze che dovrebbero difendere l’impero e da quel giorno avrà in odio il Cremino e quanto di antico, asiatico, imbelle e tradizionale esso rappresenta. Egli e la madre si trasferiscono in un villaggio dei dintorni della capitale, Preobrazhénskoe, già residenza dello zar Alessio, e Sofja può regnare indisturbata grazie alla nullità di Ivan e alla precoce età di Pietro. Ella si appoggia al principe Golitsyn, il suo favorito; col suo aiuto riduce all’obbedienza gli Streltsy facendone giustiziare il capo Chovanskoj, e prepara le condizioni per un’usurpazione completa.

Si racconta inoltre che la reggente mettesse in opera ogni astuzia per impedire la formazione di Pietro, allontanando da lui i maestri più degni, circondandolo di divertimenti e occasioni d’ozio e corruzione, favorendo la sua passione per le cose straniere in modo da renderlo inviso ai russi. Lasciato più libero di quel che non accadesse solitamente agli zarévic, nell’ambiente campestre di Preobrazhénskoe il giovanissimo Pietro sviluppa invece una personalità indipendente, s’appassiona alle armi e agli esercizi militari, dedicandovisi prima per gioco e poi sempre più sistematicamente con un gruppo di amici; si lega d’amicizia a un avventuriero svizzero, Lefort, uomo intelligente ed abile, studia le lingue, apprende nozioni tecniche e matematiche. La dimora regale di Preobrazhénskoe gli è ormai uggiosa e angusta; sempre più spesso lo si vede nella Nemetskaja Slobodà o Quartiere tedesco, il sobborgo di Mosca popolato da artigiani e militari stranieri chiamati a servire in Russia o qui giunti per cercar fortuna.

Forse Sofja, che nel 1686 si è autonominata autocrate della Russia, si accorge troppo tardi del pericolo. Quando dal Cremino si comincia a guardare con preoccupazione ai divertimenti e alle compagnie del giovane zar, costui ha già una cerchia di amici fedeli e organizzati e interessi ben precisi. Ha studiato geometria, artiglieria e scienza delle fortificazioni; a diciotto anni ha cominciato a costruire battelli e la sua flottiglia non è più un gioco, come non lo è più lo “scherzoso” esercito di Preobrazhénskoe. Il suo artigliere Aleksascka diventerà un giorno il ministro e onnipotente favorito Menscikov; Franz Lefort gli è compagno fedele, pratico e astuto; ha i suoi “generalissimi”: F. Romodanovskij, lo scozzese Patrick Gordon, Apraksin e I. Buturlin, tutta una compagnia variopinta ed eterogenea, nella quale si mischiano i linguaggi e i ceti. E’ gente che viene dall’estero, dall’ambiente miserabile e disperato del rione Kokuj, e che fa paura ai Boiardi e alla corte.

Sofja tenta di correre ai ripari incaricando d’agire Sciaklovityj, che le è fidato ed è il nuovo capo degli Streltsy. Nell’agosto del 1689, sorpreso nel pieno della notte da un allarme, Pietro deve rifugiarsi nel Monastero della Trinità, dove accorrono truppe fedeli a proteggerlo. Di fronte a ciò Sciaklovityj esita, e il tentativo di Sofja fallisce. Posta davanti a una prova di forza, ella si trova nella posizione dell’usurpatrice, il Patriarca da lei interpellato mantiene un atteggiamento ambiguo e alla reggente non resta che la fuga. Più tardi verrà internata in un monastero. Termina così la sua reggenza e ha inizio uno strano interregno: Ivan continua ad avere funzioni puramente formali, Pietro non si occupa direttamente degli affari dello stato, la matrigna Natalja è nominata zarina, ma è di fatto incapace di governare. Mentre la vita di corte al Cremino si alimenta delle rivalità e delle lotte fra le opposte famiglie e l’impero pare privo di una guida, in realtà il giovane zar ha in mano la situazione e si prepara a un esercizio effettivo del potere.

E’ un uomo di complessione atletica, di statura superiore ai due metri, d’eccezionale resistenza fisica. Può arrotolare nel pugno un piatto d’argento e non conosce stanchezza nella fatica e nei piaceri. Per sfrenatezza e inventiva essi resteranno memorabili. Lo zar vi si abbandona con la stessa febbrile esuberanza con la quale guida le manovre del suo esercito e dirige la costruzione di navi sul fiume Jauza. Ma ha imparato a guardare oltre, la sua attività intellettuale non è minore di quella fisica, vede qual è la condizione della Russia e sogna di potervi trapiantare le tecniche e i costumi europei. L’immenso paese è terreno vergine, materiale grezzo per progetti audaci e grandiosi. Intemperante, deciso, pertinace, fermo nei suoi propositi sino alla crudeltà, Pietro è nemico giurato della Russia dei Boiardi, del Cremino, degli intrighi di corte, del clero onnipotente, dell’eredità tartara e bizantina. Anche dopo la morte di Ivan, nel 1696, egli tuttavia ancora non pone mano alle sue riforme, all’opera di smantellamento degli antichi ordini e costumi della nazione. Sin dal 1689 si firmava latinamente Petrus e significativamente aveva battezzato “Principium” la migliore nave della sua flotta, una galera da lui stesso costruita, aveva organizzato all’europea i due reggimenti fidati Semjonovskoe e Preobrazhénskoe, preparava la base del suo potere e della forza militare della nazione. E il primo risultato di questi sforzi è la conquista d’Azov, strappata ai turchi nel 1696, dopo una campagna costosa e inizialmente disastrosa. Ciò che più rallegra lo zar è la vittoria sul mare, in una battaglia che lo ha visto semplice capitano al comando d’un vascello, mentre Lefort è il suo ammiraglio. In occasione della vittoria egli indice a Mosca la prima di quelle celebrazioni che gli furono così care: i vincitori passano sotto gli archi di trionfo, primi i comandanti Sceremetiev, Gordon, Schein e Lefort, mentre il sovrano si confonde con la folla dei soldati, senza pompa e senza onori.

Benché ne fosse stato l’anima e l’organizzatore, Pietro ben sapeva che i successi erano dovuti alle cognizioni tecniche e professionali degli stranieri ch’egli aveva messo all’opera. Costringe allora le famiglie nobili a inviare i loro giovani all’estero, e i Boiardi costernati debbono lasciar partire i propri pupilli per la Germania, l’Olanda, Livorno e Venezia. Qui si istruiranno nell’arte marinara, nelle tecniche e nei sistemi europei. E ciò tuttavia è ancora troppo poco per i compiti che il giovane sovrano considera di dover assolvere. Decide di effettuare personalmente un viaggio di ricognizione e di istruzione in Europa e allestisce una numerosa missione capeggiata da Lefort e da altri ambasciatori con il dichiarato scopo di rinsaldare alleanze e prender contatti nel quadro della coalizione contro la Turchia.

Pietro fa parte come uno qualsiasi del seguito, sotto il nome di Pjotr Michajlov, della “grande ambasceria”, il cui compito principale è quello di aggiornarsi sulle tecniche industriali e navali dell’Europa. Essa però comprende anche un gruppo che ha l’incarico di rubare i segreti tecnici. La spedizione parte da Novgorod, attraversa la Livonia e l’Estonia allora soggette alla Svezia, e il conte Dahlberg, governatore di Riga, rifiuta allo zar il permesso di visitare le fortificazioni della piazza. A Koenigsberg, i russi, sontuosamente abbigliati secondo la foggia asiatica, con pellicce, berretti costellati di perle e di pietre, lunghe scimitarre, sono ricevuti con fasto dall’Elettore, mentre lo zar si distingue per la semplicità del suo abito e gli eccessi cui si abbandona durante il ricevimento. Sulla via dell’Olanda, a Koppenburg, egli fa il suo primo ingresso nel gran mondo europeo. Lo ricevono nella loro dimora le principesse di Hannover e di Brandeburgo. Colte, raffinate, esse tramanderanno nei loro diari un’immagine memorabile di quella serata. Il sovrano russo vi appare come un fanciullone gigantesco e piacevolmente selvaggio. Si racconta che egli mostrò le sue mani callose, disse di non amare la musica né la caccia, ma solo il mare, la navigazione e i cantieri, ballò tuttavia con le dame e sollevò per aria e baciò la futura madre di Federico il Grande sciupandole tutta l’acconciatura.

Egli era però impaziente di raggiungere l’Olanda e l’Inghilterra, mete principali del suo viaggio. Precede l’”ambasceria”e, a Zaandam, sobborgo di Amsterdam, si ingaggia come operaio in un cantiere navale, si mischia agli operai olandesi, costruendo una nave che fa mandare ad Archangelsk. Segue le lezioni del celebre anatomista Ruysch e, ammirato dal cadavere d’un bimbo che è tanto ben preparato da parere vivo, non sa trattenersi dal baciarlo. A Lyden, accorgendosi che i russi del suo seguito manifestano ripugnanza per le salme, li costringe a lacerarne con i denti i muscoli. Visita ogni luogo: fabbriche, musei, ospedali, scuole, tribunali; è sempre in movimento e trova anche il tempo per seguire gli eventi di Polonia e gli affari del suo lontano impero. L’anno successivo, il 1698, è in Inghilterra, accolto con cordialità dal re Guglielmo, il quale gli invia il suo yacht e due navi da guerra. Visita la Società reale delle scienze, ove vede “ogni sorta di cose prodigiose”, si reca a Deptford, a Oxford, a Portsmouth, assiste a una seduta del parlamento e così ne ragiona con il suo seguito: “fa piacere ascoltare quando i sudditi dicono apertamente al sovrano la verità; ecco che cosa abbiamo da imparare dagli inglesi”. La società inglese, come già era avvenuto in Germania e in Olanda, è peraltro sbalordita dal comportamento dello zar e dei russi, palesemente digiuni di buone maniere, insofferenti d’ogni regola mondana, spesso violenti e quasi sempre smodati.

Ma non è questo che preoccupa Pietro, il quale nel maggio lascia l’Inghilterra per l’Olanda e quindi, dopo aver ingaggiato più di novecento persone fra artigiani, ufficiali, chirurghi, ingegneri, raggiunge Vienna. Qui ha un colloquio con Leopoldo e la sua intenzione è di recarsi in Italia, a Venezia, ma deve improvvisamente mutare i suoi piani, perché dalla Russia gli arriva la notizia d’una nuova congiura di Sofja e della sedizione degli Streltsy. Questi ultimi, dislocati sulla frontiera lituana, marciano su Mosca per rimettere sul trono Sofja. A dodici leghe dalla capitale vengono sconfitti da Schein e da Gordon. Attraversata segretamente la Polonia, dove prende accordi con il re Augusto, Pietro ritorna improvvisamente nel suo impero, che solo ora conosce, a un tempo, la notizia del viaggio e quella del ritorno dell’imperatore.

E Mosca è nuovamente teatro d’una repressione sanguinosa. Printz, ambasciatore di Prussia, scrive nelle sue memorie che lo zar, durante il pranzo, fece condurre una ventina di Streltsy e, fra un bicchiere e l’altro, mozzò la testa a tutti, uno per uno sino all’ultimo. Lo zar aveva condotto personalmente l’inchiesta, assistito alle torture e partecipato agli interrogatori. Le reminiscenze del maggio 1682 gli accendono il furore, la necessità di liquidare per sempre ogni resistenza all’opera intrapresa lo fa andare sino in fondo con spietata decisione. Con una serie di esecuzioni in massa gli Streltsy vengono annientati come corpo autonomo. Il cadavere d’un giustiziato penzola di fronte al monastero dove è rinchiusa Sofja; le mani rattrappite stringono la supplica in cui gli Streltsy le chiedono di tornare sul trono.

L’anno successivo altre rivolte vedono intervenire Pietro il Grande con pari fermezza ed egli ormai non incontrerà più gravi ostacoli alla sua opera di riformatore. Le sue prime riforme avevano suscitato rivolte e malcontento: il divieto delle lunghe barbe patriarcali e l’imposizione degli abiti tedeschi in luogo dei caffettani orientali, l’introduzione del tabacco e l’abolizione di cerimonie e riti. Troppo strano, inoltre, pareva “uno zar che si mischiava al popolo, senza corona e senza porpora, con l’ascia in mano e la pipa fra i denti, che lavorava come un marinaio, si vestiva e fumava come un tedesco, bevevo vodka come un soldato, bestemmiava e si batteva come un ufficiale della guardia” (Kljucevskij). Il paese si sentiva colpito nei suoi costumi atavici, non voleva separarsi dall’involucro incartapecorito delle tradizioni medioevali.

Pietro, colpendo le forme esteriori, sapeva d’agire nel profondo di una nazione di tradizione bizantina e tartara. Nel popolo, alimentate dal clero e dai Boiardi, presero a circolare voci che egli era l’Anticristo, il demonio, il nemico della Russia pia e cristiana. E ciò trovò ancor più largo credito dopo le riforme del clero e del calendario. In luogo d’un patriarca, a capo della Chiesa ortodossa egli mise un Sinodo che doveva obbedienza all’autorità dello zar, e stabilì che anche in Russia l’anno dovesse cominciare col 1° gennaio e non col 1° settembre, com’era stato sino ad allora. Voltaire racconta che il popolo era stupito ed ammirato che lo zar avesse potuto mutare il corso del sole.

Ma Pietro si sforzava continuamente di far superare ai russi pregiudizi e costumi arretrati anche con l’arma del ridicolo, organizzando carnevalesche parodie dei riti ecclesiastici. La passione russa del divertimento raggiunse con lui forme e proporzioni inverosimili. Alle orge e ai banchetti egli diede un abito ufficiale e sistematico, istituendo un “collegio dell’ubriachezza” presieduto dal più grande buffone di corte con il titolo di “principe-papa” o “rumorosissimo e buffissimo patriarca della Moscovia, del Kokuj e di tutta la Jauza”. L’assisteva un conclave di dodici cardinali, scelti fra i peggiori ladri e ubriaconi, e un seguito di vescovi, archimandriti e diaconi della stessa risma, contraddistinti da soprannomi irripetibili. Lo zar ne faceva parte in qualità di protodiacono e redasse personalmente lo statuto delle riunioni, le quali erano, in proporzioni assai maggiori, qualcosa fra le feste goliardiche delle università medioevali e farsesche “messe nere”. A eguale ludibrio Pietro espose la propria autorità regale conferendo arlecchinescamente il titolo di sovrano al suo fido Romodanovskij e designando se stesso “sempiterno schiavo e paria Piter”.

Era un uomo per il quale le convenzioni non avevano alcun valore, e non l’avevano le forme esteriori del suo rango. Oggi si direbbe che aveva un modo di comportarsi “democratico”, tanto era la facilità e la spontaneità con le quali si spogliava delle forme regali e si muoveva liberamente fra la gente, avvicinava chiunque e con chiunque si trovava a suo agio in qualsiasi circostanza. I suoi stretti collaboratori erano gente che veniva dal basso; ad essi conferì titoli e onori, che personalmente accettò solo in parte negli ultimi anni; nel lavoro fisico, che era la sua passione, nell’esercito, nei divertimenti si circondava di uomini del popolo, mentre i Boiardi, la nobiltà di corte e i dignitari costituivano per lui oggetto di scherno, un mondo grottesco e incomprensibile.

Gli odi contro Pietro maturavano in quest’ambiente e nel clero, che li seminavano in un popolo ignorante e superstizioso, ma lo zar, se irrideva alle forme esteriori e tradizionali del potere, teneva peraltro il potere saldamente in pugno e aveva saputo forgiarsene gli strumenti. L’esercito, da lui creato secondo i modelli europei, aveva dimostrato la sua efficienza contro Carlo XII di Svezia. Un tempo i russi perdevano le battaglie in cinque contro uno. Quando Sceremetiev sconfisse a Dorpat e a Pernau gli svedesi con un rapporto di forze di due a uno, Pietro se ne rallegrò: “Grazie a Dio! Forse un giorno li batteremo in numero eguale!”. Gli sviluppi della guerra contro la Svezia avverarono queste sue speranze e gli recarono i frutti di quegli sforzi cha da anni egli perseguiva per dare alla Russia un esercito moderno e una flotta. La vittoria di Lesno, e poi, soprattutto, nel 1709, quella di Poltava, decisiva nella storia della Russia, ingigantirono il prestigio dello zar moscovita in tutta l’Europa e gli diedero in patria un’autorità indiscutibile. Oltre a quel che significavano sul piano internazionale, gli sviluppi vittoriosi della lunga lotta contro gli svedesi garantivano allo zar l’avvenire della sua nuova impresa: la città fondata nel 1703 su un’isola della Neva, di fronte al Golfo di Finlandia, sfida alla natura e alla Russia moscovita e asiatica.

Pietroburgo doveva essere la finestra della Russia sull’Europa, la nuova capitale moderna ed europea, di pietra, di ferro, di artefici e di navi per un impero di contadini, di isbe e di legno, di tradizioni patriarcali immutabili. Ma, agli inizi del Settecento, Pietroburgo non è che un cantiere in mezzo a nebbie e paludi, dove lavorano come schiavi migliaia di contadini mobilitati in massa e con la forza per costruire i canali e le fondamenta della futura metropoli del nord.

Nella mente dello zar la nuova capitale dev’essere il centro civilizzatore e propulsore della nazione, ed egli vi istituisce una accademia navale, una scuola di ingegneria, e più tardi progetta un’accademia delle scienze, ma scuole tecniche e professionali fa sorgere un po’ dappertutto e promuove altre opere civili: vie di comunicazione, i canali Volga-Baltico, del Ladoga e Volga-Don, aziende tessili, metallurgiche e navali. Fa adottare l’alfabeto russo moderno in luogo di quello ecclesiastico, incoraggia la stampa e crea il primo vero giornale russo, favorisce il teatro e ogni strumento di cultura. Il prezzo pagato per quest’opera gigantesca è immenso, ma, come ogni grande riformatore, Pietro non si arresta di fronte ai sacrifici e alle vittime umane Egli favorisce con provvedimenti vari i mercanti e i fabbricanti, alla classe nobile impone di aggiornarsi e di fornire i quadri e dal popolo esige le braccia che gli occorrono. La Russia gli appare come un immenso cantiere. Decine di migliaia di mugiki sono arruolati nell’esercito, inviati a lavoro coatto nella metallurgia degli Urali, nei cantieri, nei canali, nelle fabbriche.

Lo zar, dirige personalmente tutte queste imprese, mentre guerreggia contro i turchi e continua la lotta contro gli svedesi. A Gange-Udda, nel 1714, la sua flotta riporta una vittoria decisiva, decimando e catturando le navi svedesi e impadronendosi dell’Isola d’Aland, poco lontana da Stoccolma. Pietro aveva reso possibile la vittoria con un abile stratagemma, personalmente aveva diretto le operazioni e combattuto. Ancora, quando nel ritorno la sua flotta rischia di perdersi in una terribile tempesta, è lo zar che la trae a salvamento affrontando il mare da solo su una scialuppa e accendendo a terra fuochi che guidino le navi.

Il successo decisivo è celebrato a Mosca con solenni trionfi e lo zar in quest’occasione rivolge ai russi parole memorabili: “Fratelli miei”, egli dice, “chi di voi trent’anni fa avrebbe pensato che avreste un giorno costruito con me dei vascelli sul Baltico; che avremmo fatto sorgere una città su questa contrada conquistata dalle nostre fatiche e dal nostro valore e che dal sangue russo sarebbero nati tanti guerrieri e abili navigatori? Avreste previsto che tanti uomini istruiti, operai industriosi, artisti eccellenti, sarebbero venuti dalle varie parti d’Europa a far fiorire le arti nella nostra patria; che noi avremmo imposto tanto rispetto alle potenze straniere; che tanta gloria, infine, ci era riservata? Noi vediamo nella storia che la Grecia fu un tempo l’asilo di tutte le scienze e che, cacciate da quelle belle regioni dall’evoluzione dei tempi, esse si sono diffuse in Italia e di là in tutti i paesi d’Europa. E’ per negligenza dei nostri antenati se esse si sono fermate alla Polonia senza potere giungere a noi… Finalmente è venuto il nostro turno se voi mi asseconderete nella mia impresa, se unirete il lavoro all’obbedienza”.

Fu questo forse il periodo più bello per Pietro il Grande. Confermata la pace con i turchi, ridotti a chiedere pace gli svedesi, l’imperatore intratteneva contatti con l’Occidente e l’Oriente; a Peterhof si costruiva la stupenda residenza reale; nel paese progredivano le opere civili da lui promosse. Lo zar intraprese allora un secondo viaggio in Europa, visitando Copenhagen, Lubecca, Schwerin, recandosi con il re di Prussia ad Amburgo e ad Altona, proseguendo poi per Brema ed Amsterdam e raggiungendo infine Parigi. Qui venne accolto con i massimi onori, nominato accademico di Francia, effigiato da artisti, ma Pietro rifiuta d’alloggiare al Louvre sistemandosi all’Hôtel de Lesdiguières e visita fabbriche, musei, scuole, istituti d’ogni genere e scienziati e artisti, corregge le carte francesi della Russia, mentre il re di Francia gli dona quanto suscita la sua ammirazione.

Quest’imperatore d’un popolo sino ad allora ignoto all’Europa, che egli ha portato nella storia moderna e nella vita internazionale, lascia alla raffinata corte francese un’impressione indelebile, che così ci è stata tramandata in pochi efficaci tratti: “Il suo aspetto è pieno di grandezza e di audacia, come conviene a un sovrano assoluto: ha occhi grandi e vivi, lo sguardo penetrante e a volte feroce. Ordinariamente sobrio, qualche volta è intemperante con eccesso; regolare nella sua vita abituale, ogni giorno si corica alle nove, si alza alle quattro e non resta mai un istante senza lavorare. Così conosce molte cose e sembra più abile di qualsiasi uomo di Francia in marina e fortificazioni; principe peraltro autentico, la cui parola e i cui trattati sono inviolabili, sa stimare i suoi nemici, dimostra una venerazione singolare per Carlo XII, per Luigi XIV, e un grande attaccamento per Caterina benché le sia infedele. Poco galante con le donne, interiormente non è fine, ma assai lo è esteriormente; è straordinariamente affabile in privato ed assai nobile in pubblico. Conosce la Francia e i suoi uomini più insigni come se vi fosse stato educato; avaro per tutte le cose inutili, ama le arti, odia il lusso ed esclama di piangere sulla Francia e sul suo piccolo re, che vede prossimo a perdere il regno a causa del lusso e del superfluo”.

Anche durante questo viaggio, come sempre, persino nelle campagne militari, l’accompagnava Caterina, la popolana da lui sposata civilmente nel 1703 e, nel ’12, con matrimonio religioso. Nella sfortunata campagna persiana del 1723 è questa donna che in un momento drammatico lo salva da una crisi che poteva perderlo. Domestica del dotto pastore luterano Gluck, Caterina, d’origine lituana, aveva sposato diciottenne un dragone svedese lo stesso giorno in cui, col pastore, era stata catturata dai russi a Marienburg e portata a Mosca. Qui, nella casa di Gluck, divenuto interprete e professore di ginnasio, ella era stata scoperta dal generale Bauer e dal ministro Menscikov. Pietro apprezzò le grazie e l’intelligenza di costei che chiamavano la schönes Mädchen von Marienburg (la bella ragazza di Marienburg), ne fece la sua donna ed essa, che gli fu sempre accanto, gli diede due figlie che salirono entrambe al trono. Dalla prima moglie, ripudiata in favore di Caterina, aveva invece avuto Alessio, lo zarèvic che trovò la morte nel tragico conflitto con il padre. Pietro aveva dovuto sposare giovanissimo Eudossia Lopuchin in seguito a un intrigo familiare, ma non aveva mai amato quella donna mediocre, scialba, morbosamente attaccata alla chiesa e al suo ambiente. Già in gioventù le aveva preferito Anna de Moens, la graziosa figlia d’un oste del Kokuj, sua amante per molti anni.

Nell’ambiente superstizioso, clericale e tradizionalista della madre era peraltro cresciuto il futuro erede del trono. Aleksej ovvero Alessio, che il clero educò nell’idea che egli dovesse un giorno restaurare la religione e le tradizioni, riscattare l’opera infausta del padre. Alessio era una natura morbosa e indolente. Pur non osando mai prender l’iniziativa contro il padre, si fece strumento degli ambienti conservatori e si legò ai suoi nemici. Lo zar tentò di ricondurlo a sé quand’era troppo tardi, per un anno lo mise a capo della reggenza, lo fece viaggiare, gli diede in sposa una principessa di Wolfenbuttel; infine, vedendo vano ogni sforzo, gli scrisse quella famosa lettera nella quale fra l’altro leggiamo: “… E’ tempo di comunicarvi la mia ultima risoluzione. Voglio attendere ancora un certo tempo per vedere se vi correggerete, ma, se continuerete così, vi escluderò dalla mia successione come si amputa un membro cancrenoso… Non crediate che la mia minaccia resterà senza effetto sol perché non ho un altro figlio. Se io non risparmio la mia vita per la prosperità della mia patria e la felicità dei miei sudditi, perché dovrei risparmiare la vostra? Lascerò il trono a un estraneo che ne sarà degno, piuttosto che a mio figlio che non lo sarà”.

Alla risposta equivoca d’Alessio, il quale dichiara semplicemente di non aspirare al trono, lo zar fa seguire un’ultima lettera: “Se, mentre io sono ancora vivo, voi sdegnate i miei consigli, come li rispetterete quando io non sarò più? E’ possibile contare sui vostri giuramenti? Anche se oggi pur foste risoluto a mantenere le vostre promesse, quelle lunghe barbe che vi rigirano a piacimento ve le farebbero tradire. Io non vedo in voi l’affezione che si deve a un padre. L’avete forse aiutato nei suoi lavori, nelle sue fabbriche? No, senza dubbio, e nessuno lo ignora; anzi, voi biasimate e calunniate tutto quel che io ho fatto… Ho dunque forti ragioni per credere che, se mi sopravvivrete, voi rovescerete tutto. Non posso abbandonarvi ai vostri capricci: cambiate condotta, rendetevi degno del trono o entrate in un monastero…”.

Alessio risponde che entrerà in un monastero. E’ un’astuzia suggeritagli probabilmente dai suoi amici per non prendere apertamente posizione e riservarsi l’avvenire. Ma Pietro insiste per una risposta e, in procinto di partire per la Germania, ha un incontro con il figlio, il quale si dà malato, lo riceve a letto e non assume alcun impegno. Non appena lo zar è partito, Alessio festeggia con un’orgia quel che definisce il giorno della sua liberazione e si pone al centro dei malcontenti sinché Pietro non gli ingiunge per via d’un messo di presentarsi a lui a Copenhagen. Lo zarevic fugge invece a Vienna e chiede protezione a Carlo VI, quindi si reca a Napoli, dove Rumjantsev e Tolstoj gli recapitano un ultimatum dello zar, che gli ordina di tornare in Russia. Vi giunge il 13 febbraio 1718 e si prosterna ai piedi del padre.

Pare delinearsi una riconciliazione, ma il giorno seguente suona l’allarme per i reggimenti di guardia, nella cattedrale si radunano vescovi, archimandriti, Boiardi e, davanti allo zar viene condotto Alessio senza spada, il quale fa atto di pentimento, consegna una confessione scritta e si proclama piangendo indegno della successione. Poi, nella Camera del consiglio, si dà lettura dell’atto d’accusa e lo zar annunzia solennemente la decisione di privare Alessio d’ogni diritto al trono.

Le ammissioni dello zarevic avevano però rivelato troppi nomi e fatti sospetti; lo si interroga ancora, gli si trovano documenti compromettenti, si scopre una rete di conniventi e una cinquantina di teste finiscono sul patibolo, altri sono esiliati. Anche la prima moglie dello zar, Eudossia, e la principessa Maria sono coinvolte; si appura inoltre che esse avevano lasciato l’abito religioso per rivestire le insegne del loro rango, che sono l’amante del generale Glebov l’una e dell’arcivescovo di Rostov l’altra. Quest’ultimo viene tagliato a pezzi, mentre le due donne sono condannate alla flagellazione.

Dopo cinque mesi di detenzione nella fortezza di S. Pietro e Paolo e di interrogatori, durante i quali confessa ogni colpa contro il padre, dopo che il clero interpellato si dichiara incompetente a esprimere un giudizio, centoventiquattro giudici decretano la condanna a morte di Alessio. Lo zar appare costernato, il giorno successivo si reca a visitare il figlio e unisce le proprie lacrime alle sue, ma subito si sparge la voce che Alessio è morto d’un colpo apoplettico. Altre fonti riferiranno che lo zar ha mozzato la testa del figlio con la propria spada: altre, che egli è stato strangolato e, infine, la testimonianza dell’inglese Bruce, un ufficiale allora al servizio del sovrano, parla di strong potion, ossia d’un veleno che Alessio sarebbe stato costretto a bere nella notte del 26 giugno 1718.

Ma l’attività febbrile svolta da Pietro il Grande nei pochi anni che gli restarono da vivere dopo la morte di Alessio dà quasi l’impressione che egli avesse il presentimento d’una prossima fine. Conclusa nel 1721 la pace di Nystad, dal 1722 le sue condizioni di salute s’erano fatte precarie, e gravi le manifestazioni dell’infezione leutica contratta anni prima. Si racconta che, per scoprire chi l’aveva contagiato, facesse esaminare da un medico tutte le dame di corte. Uomo sensuale e del tutto sprezzante d’ogni vincolo e limite, egli aveva amori frequenti ma occasionali, mantenendo inalterate la sua affezione e la sua predilezione per Caterina. Nel 1724 di ritorno dalle acque termali di Oloneta, con eccezionale pompa e solennità le impose la corona d’imperatrice, collocandola così al suo fianco sul trono e rendendo possibile una sua successione o quella delle sue figlie. Poco prima era morto in tenera età un erede maschio che Caterina gli aveva dato e in quel frangente Pietro era caduto in una terribile crisi d depressione; assalito dalle convulsioni che sempre lo coglievano nei momenti d’ira o di dolore, s’era rinchiuso per tre giorni in una stanza dei suoi appartamenti rifiutando il cibo e ogni soccorso. Ma proprio da Caterina gli venne, nell’ultimo anno di vita, un terribile colpo.

Mentre la sua salute rapidamente peggiorava egli ebbe il sospetto che Caterina lo tradisse e, guidato da informatori fidati, poté personalmente accertarne la verità. Quella notte attraversò una crisi spaventosa, dibattuto fra l’impulso di far giustiziare colei che dal nulla egli aveva reso imperatrice e la consapevolezza che ciò avrebbe reso a tutti palese il suo inganno. Prevalse quest’ultima considerazione, ma Caterina dovette assistere insieme allo zar all’esecuzione del proprio amante, il ciambellano Moens, fratello di quella Moens ch’era stata la favorita di Pietro in gioventù.

E tuttavia il regno del grande zar, che con i mezzi del despotismo e dell’arbitrio aveva imposto il progresso civile, volgeva ormai alla fine. Egli spirò la notte del 28 gennaio (8 febbraio) 1725, senza designare il suo successore, dopo una terribile agonia che gli consentì di scrivere soltanto le prime due parole della formula testamentaria: Otdajte vsë… “Rimettete tutto a…”. Queste parole prive d’un seguito logico scatenarono una ridda di interpretazioni e la lotta per il trono si riaccese violenta. Ma, pur entrando in un periodo di incertezza e di dissidi interni, la Russia non avrebbe più potuto ignorare l’energica svolta impressale da Pietro il Grande.

Pietro A. Zveteremich


da “Storia illustrata”, n.12, dicembre 1961