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SMOLINO |
di Ljuda Korotkova
Una
chiesa abbandonata tra i campi, tra alberi solitari e l'ortica sotto i piedi e
le macchie chiare di arbusti di lilla sparse ora qui, ora là, a testimoniare
l'operosa esistenza umana in questi luoghi deserti. Selvaggia beltà di un
pavone sulla strada vicinale, come in una canzonetta d'altri tempi. Al
sole risplende lo specchio azzurro di un minuscolo laghetto nel quale, secondo i
racconti di testimoni oculari, pur essendo profondo in tutto tre
centimetri,è possibile pescare in una sera fino a 33 carassi. Sono posti ricchi
di ogni ben di Dio. C'è nell'aria,in questo straordinario incanto di paesaggio
sobriamente russo, qualcosa che allieta lo sguardo e attrae e dona quiete, pace
all'animo.
Una volta all'anno i dintorni risuonano di voci umane, del rombo delle auto,
dello squillante riso di bambini: si radunano in questi luoghi coloro che un
tempo ebbero qui una casa natale,la propria piccola patria. Arrivano famiglie
con figli e nipoti, cognati, generi e nuore. Restare un po' su quel suolo
patrio, dove una volta vissero o loro stessi o gli avi. L'inflessibile tempo non
ha lasciato una sola casa o costruzione in legno, né baracca o piccola
banja: nemmeno un'asse del grande villaggio si è conservata, ma la gente va.
Quella cara piccola betulla che l'allora ragazzina aveva piantato, o quel
sorbo selvatico che trenta anni or sono era ornamento della casa natale, sono
ritrovati. Allestiscono un tavolo sull'erba, sistemano il cibo, si siedono,
bevono, ricordano, si ospitano a vicenda da una casa che non esiste più
all'altra, versano lacrime, torna alla mente la gioventù.
Ricordate quella canzone di Mark Bernes? Un soldato di ritorno dalla guerra non
trova più la sua casa natale, apparecchia la tavola sulla nuda terra: la guerra
ha spazzato via tutto.
Ma anche il tempo di pace, mentre il sole splendeva luminoso nel cielo era
azzurro e si propagavano altisonanti dai radioricevitori le marce comuniste
inneggianti alla vita, non aveva pietà ne’ del destino della gente, ne’
tantomeno delle loro dimore natali.
Il paese Smolino,
situato nella zona di Diveev, regione di Niznjy Novgorod, era uno di quei
tanti villaggi russi capitati nel numero di quelli reputati senza prospettive:
erano gli anni '70, il periodo della politica di ampliamento dei villaggi.
Quando i villaggi erano minuscoli o isolati, venivano cancellati dalla
faccia della terra dai quadri dirigenti del partito. La gente era costretta ad
abbandonare questi territori nativi. Tutto ciò veniva fatto in modo pianificato
e finalizzato. Si cominciava chiudendo scuole e negozi. Un guasto improvviso
nella sottostazione non veniva risolto per lungo tempo e senza energia elettrica
l'attività vitale del paese si interrompeva. Nel caso di Smolino, la
goccia che ha fatto traboccare il vaso alla gente del posto, gente di campagna
legata alla propria terra, e' stata la chiusura della ricca e fiorente azienda
di carne suina, trasferitasi nel vicino paese Suvorovo. La gente, rimasta senza
lavoro, se n'è andata. Per ultimi se ne sono andati quattro pensionati, negli
anni '80.
All'inizio del XX secolo Smolino era un fiorente villaggio, con più di 170 case
coloniche, con la sua chiesa in pietra e la scuola, le canzoni e le feste
all'aria aperta dei giovani di campagna, gli appuntamenti sotto le piante di
lilla e i contadini laboriosi e non gran bevitori e le donnette allegre ed abili
nel lavoro ed i dignitosi vecchietti. Il villaggio aveva anche i
suoi intellettuali. Ancor oggi i maestri delle scuole elementari della
scuola di Smolino ammirano Ekaterina Ivanovna, custode della storia di Smolino.
Ricordano anche suo marito, che era un musicista.
<< Pensate un po’, noi ragazzotti di campagna non avevamo mai
visto nulla in vita nostra, mai stati in città e qui ecco che c'era un violino:
il marito di Ekaterina Ivanovna suonava per noi >>,- ricorda uno degli ex
compaesani, così come del resto anche gli altri che negli anni '70 hanno
lasciato il paese. << Ogni anno arriviamo qui in tre, le mie sorelle ed
io. Quando siamo venuti via dal paese un'azienda agricola ha comprato la
casa per 300 rubli, ci hanno allestito un magazzino per cipolle. Poi c'è
stato un incendio nell'inverno, qualcuno aveva acceso il fuoco e della casa non
è rimasto nulla. Ecco, da queste bacche di sorbo si può riconoscere il posto
dove c'era la nostra casa >>. La sorella ha le lacrime agli occhi.
- Quanti anni fa'
siete venuti via di qui? - chiedo alla sorella.
- Venti anni fa', e tutto ci trascina nuovamente qui.
- E da molto tempo vi riunite tutti quanti?
- Da sei anni, veniamo in tre, e quando il tempo è buono e quando non è buono.
Oggi ad esempio c'è il sole, e' una stagione mite, ma l'anno passato abbiamo
trovato un tempo autunnale, era freddo, pioveva e c'era vento. Ma siamo venuti
lo stesso e fino a sera nessuno usciva, si stava insieme.
<< Smolino era un paese ottimo. La popolazione era attratta dalla scienza,
dall'istruzione. Da Smolino sono venuti fuori parecchi studiosi, - aggiunge
Ekaterina Ivanovna, anima della cultura di Smolino e prima maestra di tutto il
paese: da lei si recavano a piedi per chilometri per studiare >>. La
giovane donna, in piedi accanto a Ekaterina Ivanovna, comincia a ricordare tutti
gli " studiosi" di Smolino, cioè tutti coloro che hanno terminato gli
studi universitari. Per un paese lontano da tutto, situato tra boschi e campi
sterminati, l'istruzione universitaria è un fenomeno significativo. << Ed
ecco, non è rimasto niente >>. La donna ha gli occhi umidi per le
lacrime, così come molti altri del paese. Non c'è più nulla, ma la memoria
nella gente sopravvive, si rinnova il dolore. La storia è passata attraverso il
destino dell'uomo sovietico. Ekaterina Ivanovna ricorda il suo primo maestro, un
giovane interessante venuto dalla città, con la gioia di vivere e pieno di
energia. Si è sposato nel '37 con la figlia del prete, poi è scomparso e
nessuno ha saputo che fine abbia fatto, se sia perito nei lager o se sia stato
fucilato. E quanti di Smolino sono morti in guerra: i più forti, i migliori non
sono tornati dal fronte >>. Intorno a Ekaterina Ivanovna si stringe ora
una cerchia di compaesani, ognuno ha qualcosa da dire, da ricordare.
Orgogliosamente questa gente è spinta da un caldo sentimento di affetto per il
paese natio, per i compaesani, per la propria terra.
La politica di allargamento dei villaggi, condotta negli anni '70 in URSS, è
ormai riconosciuta un errore. URSS non esiste più, ma niente traccia nemmeno di
quei villaggi scomparsi in numero maggiore che in tempo di guerra, come
conseguenza di questa politica: ma la gente ne conserva la memoria e ritorna
alle proprie origini.
Si restaura ora il
tempio distrutto, l' unica costruzione in pietra di tutto il villaggio rimasta
intatta. Padre Alessandro dirige i lavori di restauro e tiene le funzioni
liturgiche nella chiesa parzialmente restaurata. << D'inverno vengono
all'ufficio divino sulle pozzanghere. Ecco, vede, questa è una stufa, - padre
Alessandro indica una stufa a carbone, - d'inverno i parrocchiani ci stanno
accanto, così non si gelano. E io, che durante la Messa sto vicino all'altare,
ho le mani talmente intirizzite che non riesco a muoverle. Ma tutto ciò non ha
importanza, quello che conta è che la gente viene. Sarebbe bello far rinascere
questo paese! Come vorrei che la gente cominciasse a far ritorno! >>
<< Lei pensa che torneranno? >> - chiedo. <<Che dire...non
tutti, è chiaro, ma quelli che sono più disperati potrebbero tornare,
ricostruire la casa. Ci fosse la gente, allora si potrebbero reperire i mezzi
anche per costruire la strada. Sono così belli questi posti, li amo, e anche se
non sono di qui è come se ci fossi nato. Per me Diveev è una megapoli, con
l'affaccendarsi affannoso, la folla, il rumore. Qui c'è il silenzio, la quiete
e l'animo si riposa. Mio figlio Andrea si occupa del restauro del tempio. Vede,
le finestre sono un suo lavoro. Vorremmo restituire l'aspetto originale agli
affreschi e alle icone. Guardi, si sono conservati il disegno, il colore
>>. Padre Alessandro vive nel villaggio vicino, quattro chilometri da qui,
e lui stesso come i parrocchiani d'inverno arriva qui sugli sci. Non lontano dal
tempio ha piantato una tenda nella quale vive d'estate. A fianco della chiesa
pascolano le pecore di padre Alessandro. Come mi ha spiegato un giovane del
posto, sono pecore di una razza rara, altamente produttiva. Non sono né bianche
né nere come di solito, ma grigie. Hanno la fama di sopportare bene il freddo.
Sono particolarmente prolifiche: da una madre si possono avere fino a cinque
agnellini. Da tutto ciò è evidente che padre Alessandro nei confronti del
villaggio ha le più serie intenzioni. Oltre a restaurare il tempio si è
fissato un compito ancor più difficile: far nascere nuovamente il rispetto per
la chiesa e la fede negli ex abitanti di Smolino, cresciuti nell'epoca sovietica
ed educati nella tradizione atea della scuola sovietica.
Passa mezzogiorno, il
sole è al massimo dello splendore. Di nuovo chi era arrivato non si vede più,
la gente è andata via. I compaesani sono andati ognuno per la propria strada:
c'è chi ha ripreso il suo cammino, chi è tornato in famiglia; alcuni marmocchi
calciano la palla, qualcuno pesca pesci nel laghetto. Passando vicino ad una
compagnia di gente di Smolino ho sentito il discorso di una giovane donna che
proponeva di bere alla salute di Smolino. << Lo faremo rinascere il paese!
E che tutti lo conoscano il nostro Smolino! >>
Che tutti lo conoscano Smolino e siano felici che un paese vive, che la gente di
Smolino vive, e le tradizioni e lo spirito di Smolino e l'inclinazione alla
terra e l'amore per la propria piccola patria.
Circa tre anni fa' ho visto un reportage in televisione e mi è rimasta impressa
la gente che arriva nel deserto dell' Arabia saudita sulle mercedes, si fermano
accanto ad un'isoletta a loro nota di mare sabbioso. Arrivano gli arabi
imbacuccati di bianco e si inchinano nella sabbia, fanno ritorno alla terra
natale che hanno lasciato di proposito molti anni prima, barattano il deserto
con palazzi e con i benefici della civiltà. Ma la voce della piccola patria
chiama. Non su mercedes, ma su modeste auto di produzione nazionale arriva
sulle verdi distese la gente russa e si stringe a quella terra, a quelle radici,
a quella fonte che le appartengono. E non per scelta hanno abbandonato questa
terra molti anni fa: non hanno barattato un deserto con palazzi, ma se ne sono
andati da dimore rurali in altre dimore rurali. La nostra semplice gente russa,
capace di amare, custodisce con cura i propri ricordi, nello stesso modo che
quegli arabi dei palazzi.
(traduzione dal russo di Rossella Morini)