RUSSI, INEQUIVOCABILMENTE…

di Ljuda Korotkova

1_Ivan.jpg (212966 bytes)     Non so se un italiano o un inglese in giro per l’Europa sia in grado di riconoscere, fra le tante persone che gli capita d’incontrare, i suoi connazionali; se riesca cioé ad individuarli da un semplice sguardo, dal modo di atteggiarsi, da come parlano fra loro. Per quanto mi riguarda, so che sono in grado di riconoscere una persona che provenga dalla Russia immediatamente e senza possibilità di errore. Vi è qualcosa nello sguardo dell’uomo russo che mi risulta così familiare da permettermi di riconoscerlo fra tutti gli altri europei…

    Spesso mi sono domandata che cosa distingua un russo da un italiano, oppure da un tedesco. All’aeroporto internazionale di Roma-Fiumicino ho individuato dei russi semplicemente dalla loro maniera di porsi, da un’occhiata, addirittura dal modo in cui stavano lì in attesa o trafficavano attorno alle loro cose. Ricordo che una volta – era proprio all’aeroporto di Roma – mi si avvicinò una donna senza dire una parola. Ma io capii che era russa semplicemente da come se ne stava là. La stessa cosa dovette accadere anche a lei, perché dopo qualche minuto attaccò discorso in russo. Non le era neanche passato per la mente che potessi essere, tanto per dirne una, italiana. Eppure il nostro incontro era avvenuto in Italia, e non in Russia!

    Lo sguardo dell’uomo russo… vi è in esso qualcosa di inconfondibile! Ha sempre qualcosa di preoccupato, se non di angosciato. E’ probabilmente questo il primo tratto che ci fa diversi da chiunque altro. Abituati a quella che chiamerei una permanente instabilità, i russi provano un continuo senso di sfiducia nel futuro: e ciò indipendentemente dalla loro condizione sociale e materiale. Permane nel loro subcosciente una sensazione di inquietudine, d’ansia, di paura che si trasmette di generazione in generazione. Soltanto nell’ultimo secolo, i russi hanno dovuto sperimentare due guerre mondiali, una rivoluzione, le purghe staliniane, poi la perestrojka; il completo annientamento della fede religiosa in cui si riconoscevano, e la sua rinascita. Tutto questo non può non riflettersi sulle persone, tutto questo è percepibile nello sguardo dell’uomo russo.

    Egli ha poi anche un’altra caratteristica: la sua netta e tuttora palese propensione al collettivismo. Spesso il russo non può permettersi di essere semplicemente se stesso, per quello che è. Non può non fare i conti con gli altri, e ciò rappresenta per lui un fardello ulteriore. Ha paura dell’individualità, a causa dell’individualità è stato spesso e severamente punito nei lunghi anni del potere socialista sovietico. Perciò è come se l’uomo russo sentisse su di sé una sorta di sguardo perennemente indagatore, e di conseguenza cerca di conformarsi all’idea che il mondo ha di lui. Quando aspetta, non è che aspetti semplicemente. Anche se sta seduto in poltrona dentro una sala d’attesa o chiacchiera con un amico, ha nel contempo la preoccupazione di come lo sta facendo, di come sta seduto, del modo in cui sta chiacchierando…

     Inoltre, la vecchia Russia zarista e poi quella sovietica si sono contraddistinte per una sorta di fanatismo , una megalomania “imperiale” che si è tramandata per generazioni come un’autentica tara ereditaria e nel corso dei secoli ha pesantemente segnato gli uomini che sono vissuti in Russia. Ogni russo considera se stesso non soltanto una persona, bensì una grande persona: l’idea di impero lo ha costretto a pensare in questo modo. L’aria del paese per secoli è stata intrisa di una diffusa mania di grandezza. L’essere i primi – nel lavoro, nella conquista dello spazio, nella potenza militare, nello sport – era considerato dovere di tutti e di ognuno.

    Così, a differenza della maggior parte delle scuole d’Europa e d’America, i ragazzini russi studiano una quantità enorme di materie le più disparate, dai romanzi di Dostoevskij agli elementi di matematica superiore, dalle leggi della fisica alla chimica e alla biologia: e ciò semplicemente perché uno studente russo deve obbligatoriamente sapere tutte queste cose! Saperle tutte e alla perfezione…

    (Vero è pure che negli ultimi anni, dopo la perestrojka, sta cominciando a crescere una generazione che ignora di cosa significhi studiare realmente: ma non possiamo trattare qui quest’argomento poiché meriterebbe una riflessione a parte).

    Peraltro non tutti i ragazzi russi proseguono negli studi, non tutti sono destinati a diventare grandi scrittori o scienziati eminenti. Ma provate a pensare cosa significhi per un giovane trovar lavoro come semplice impiegato o conducente d’autobus dopo che si è stati imbottiti di una massa di nozioni assolutamente spropositata, e per di più con l’idea di essere il figlio o la figlia di un grande paese… Una occupazione come quella sopra nominata sarà vissuta come uno scacco, una fallimento personale, una specie di tragedia esistenziale.  Il peso della grandezza impedisce alla persona di vivere tranquilla e felice, contentandosi di ciò che è. Naturalmente, si tratta di un malessere che si annida nei più fondi recessi dell’animo e che si manifesta in alcuni casi con maggiore virulenza, in altri meno. Permane tuttavia ancor oggi come caratteristica dell’uomo russo, e si manifesta nel suo costante tentativo di distinguersi dagli altri, di stupire, di far colpo: vuoi con la ricchezza o la bellezza, vuoi anche solo con un’incredibile sfacciataggine o, peggio ancora, ubriacandosi di continuo.

    Distinguere uno straniero a Mosca da un russo, è facile, così come risulta semplice riconoscere un provinciale russo che si trovi nella capitale da un moscovita. Nell'espressione dell'autentico provinciale, proveniente da posti tipo i dintorni di Jaroslavl o Novgorod, immancabilmente si presentano elementi quali ingenuità, stupore e una certa insicurezza di sé, che talvolta tenta di celare ostentando maniere rudi, baldanza o persino sfacciataggine. Il suo sguardo, che esprime calore e bontà interiore, spesso riflette anche una scaltra mente di campagna quando, come dicono in Russia, sa il fatto suo, con una tale malizia negli occhi...: " Certo, siamo dei provinciali e non lo neghiamo, ma conosciamo il nostro valore e non lasceremo che qualcuno ci abbindoli". Ma più spesso in quelle espressioni vi si scorge franchezza e semplicità a volte frenata da timore e diffidenza. Il provinciale è immancabilmente diffidente, come se si trovasse di continuo nello stato d'animo della sentinella al posto di guardia, in tensione per l'attesa di una qualche improvvisa insidia. Ecco che in ogni straniero questo provinciale vede una spia e se questo forestiero è per di più un giornalista o un militare di professione, allora non ci sono dubbi in merito. Ma se questa fiducia del provinciale si riesce a conquistarla, allora diventa sconfinata e senza riserve. Una volta che ha superato la sua diffidenza, il russo si fida ormai in tutto e per tutto. Il suo animo, come dicono in Russia, si rivela proprio come una terra vergine dissodata e non è poi difficile nemmeno fargli del male a questo punto, diventa semplice perfino offenderlo. Praticamente è ora come nudo, indifeso di fronte alla slealtà umana. E' per questo che conviene avvicinarsi al provinciale russo con particolare tenerezza e attenzione.

(Traduzione di Gianni Piovano.)

 

 

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