RIVOLUZIONE: ANTICOMUNISMO E UTOPIA

Novant’anni di Rivoluzione. Un tempo enorme e che ormai appartiene al passato – dicono molti a destra e a sinistra; una tappa fondamentale della storia moderna, comunque la si pensi, dalla quale non si può prescindere – dicono altri. Che appartenga al passato non c’è dubbio, ma su quel passato milioni di persone in tutto il pianeta si sono giocati il proprio futuro, lottando fino all’ultimo istante della propria vita. Che sia stato un evento dal quale per decenni nessuna scelta politica, in qualsiasi nazione dell’occidente abbia potuto prescindere è un fatto storico: la Rivoluzione era lì vicina, il suo fiato sul collo - dei sistemi capitalistici, dei potenti e dei ricchi della terra. Bisognava calibrare le proprie mosse … bisognava concedere per non essere poi essere costretti a cedere il potere.

Ci sono tanti modi per riflettere sul senso di quell’immane stravolgimento e su gli orrori che si trascinò con sé, tradendo le aspirazioni alla giustizia e alla libertà degli oppressi: si possono leggere libri di storici importanti, di intellettuali raffinati[1] o ci si può abbandonare a riflessioni sul significato e il valore della vita che non può essere sacrificato sull’altare delle ideologie, per quanto affascinanti esse siano. Nel primo caso col rischio di dimenticarsi della passione e del sentimento che accompagna ogni sincero rivoluzionario e nel secondo di dimenticarsi i fatti, senza i quali ogni principio etico si trasforma in sterile morale.

Sul mio tavolo ci sono due libri non certo per specialisti, scritti da due persone “coinvolte” nella Rivoluzione da posizioni decisamente diverse. Entrambi hanno creduto – e continuano a crederci – negli ideali del socialismo. L’uno li ha trasfusi nella sua attività artistica, l’altro da politico doveva trasformarli in realtà. Si tratta di Moni Ovadia e di Michail Gorbaciov: l’opera del primo, Lavoratori di tutto il mondo ridete, da pochi mesi data alle stampe, quella del secondo vecchia di dieci anni, Riflessioni sulla Rivoluzione d’Ottobre, stampata in Italia da Editori Riuniti. Diciamolo subito due libri con più di un difetto - d’altronde né Ovadia né Gorbaciov sono in prima battuta degli scrittori di professione né tantomeno degli storici. Eppure entrambi hanno il merito di essere accessibili e di dire semplici verità con le quali tutti dobbiamo fare i conti, studiosi e non.

Iniziamo da Ovadia. Un libro che ripercorre più di settant’anni di Rivoluzione dall’ottica sferzante e rivelatrice della storiella, dell’aneddoto, della semplice barzelletta che sempre ha accompagnato nel popolo, anche se sottovoce, la pompa oratoria del sistema sovietico. Le storielle sono divise per argomento e sono precedute da un’imperdibile “Introduzione – provocazione” e seguite da una non innocua “Appendice storica”.

Le milioni di vittime dei gulag sovietici e degli altri regimi comunisti – come ci sentiamo ripetere anche in questi giorni - starebbero a testimoniare il fallimento del socialismo nella sua sfida epocale col capitalismo. Niente di più sbagliato e fuorviante, afferma Ovadia, sia perché questi regimi ben poco hanno realizzato degli ideali socialisti, sia e soprattutto perché il capitalismo nella sua storia, limitandosi solo al XX secolo, può vantare un numero di vittime e crimini sicuramente superiore. E qui Ovadia dà qualche indicazione bibliografica[2] per chi volesse approfondire, ma avvisando di non incolparlo se ci dovessero rizzare i capelli… Quindi gli orrori sono testimonianza solo dell’orrore che la mente umana può partorire; i sistemi capitalistici hanno vinto non perché più umani e meno brutali. Vinto momentaneamente - aggiunge Ovadia, sicuro che «la storia non sia finita qui» e che quella che abbiamo vissuto sia solo un episodio.

Un’altra considerazione presente nell’Introduzione è sull’insistenza a prendersela con un cadavere ormai seppellito - quello dei paesi ex comunisti - molto più di quando questo fosse ancora un corpo vivente. Questa moda Ovadia la chiama revisionismo anticomunista e la trova particolarmente diffusa nel nostro Paese: «questo demi-penser prende a calci un cadavere putrefatto con rabbioso accanimento perché l’obiettivo dei suoi calci non è il sistema del socialismo reale ormai decomposto … il vero obiettivo degli anticomunisti necrofili è un altro, ovvero il corpo vivo e pulsante delle conquiste sociali ed etico-politiche … sono i diritti del lavoro, i diritti delle minoranze, la difesa degli sfruttati … Gli anticomunisti dell’ultima ora vogliono riportare indietro le lancette dell’orologio della storia sociale». Fare tabula rasa per affermare una visione manichea del mondo, dove da un lato c’è il comunismo come male in sé e dall’altro il bene in sé che coincide ovviamente con quello di una classe transnazionale che deve essere lasciata libera di agire per il bene di tutti.

Ma il tallone di Achille degli “antirivoluzionari” è quello della partecipazione attiva delle “democrazie” occidentali alla repressione della Rivoluzione in barba a qualsiasi principio della non interferenza e della libera autodeterminazione dei popoli. «La Storia non ci dice cosa sarebbe stata oggi l’Unione Sovietica se avesse potuto svilupparsi in un contesto “normale”. Conosciamo solo la fisionomia di Unione Sovietica aggredita fin dalla culla»[3]. I quattro anni dal 1918 al 1922 della storia russa, non sono solo gli anni di una crudele guerra civile, del terrore rosso da una parte e di quello bianco dall’altra, sono gli in cui ben quattordici nazioni mandarono le loro truppe sul suolo russo per fermare “l’infezione bolscevica”. Ovadia cita quello che suona come un sinistro motto di spirito di Winston Churcill, allora ministro della Guerra britannico:

Eravamo[4] allora in guerra con l’Unione Sovietica? Certo che no … I nostri tuttavia sparavano contro qualsiasi sovietico incontrassero per strada. Eravamo invasori del suolo russo. Armavamo i nemici del governo sovietico. Bloccavamo i suoi porti e affondavano le sue navi di battaglia. Con tutte le forze desideravamo la sua caduta e complottavamo al fine di determinarla. Ma chiamarla guerra… neanche per sogno! Interferenza … che vergogna! Il modo in cui i russi avrebbero risolto le loro questioni interne, ripetevamo, era per noi assolutamente indifferente. Eravamo imparziali … bang!

Insomma quattordici contingenti militari nazionali andarono in Russia per adempiere ad una sorta di operazione di volontariato, il collega americano di Churcill così la definì nel 1920:

Questa spedizione costituisce storicamente uno dei più nobili esempi di un’azione onorevole e disinteressata […] portata avanti nelle più complesse circostanze al solo scopo di aiutare un popolo che lotta per ottenere una nuova libertà.

Anche Gorbaciov nelle sue Riflessioni si sofferma sulla partecipazione straniera alla guerra civile e non ha dubbi sul fatto che il bilancio di quest’ultima sarebbe potuto essere molto meno crudele. Ma le conseguenze di quell’intervento straniero non si sono fermate lì, insiste Gorbaciov:

Lo scopo, apertamente proclamato dall’Occidente, di soffocare la Repubblica sovietica, scopo che si conservò anche dopo la guerra civile, permise più tardi a Stalin e al suo potere di trasformare qualsiasi avversario del regime, qualsiasi opposizione politica, e persino coloro che dall’interno del partito non erano d’accordo con lui, in “agenti stranieri” e di aizzare contro di loro “l’ira patriottica delle masse”. Si può dire cioè che la “cortina di ferro” fu calata dall’Occidente molto prima del discorso di Churcill a Fulton. E questo alimentò la dittatura conservatrice di Stalin, le permise di giustificare qualsiasi delitto.

Ovviamente Gorbaciov non concede nessuna attenuante al regime di Stalin, che non può essere modello per nessuno e niente ha a che fare col socialismo:

Il mio punto di vista è che in unione sovietica abbia trionfato un regime rigido, crudele, totalitario. Naturalmente ebbe un’evoluzione – dopo la morte di Stalin la sua crudeltà si attenuò leggermente, si affievolì. Ma la sostanza restava la stessa. Il totalitarismo dell’Unione Sovietica, naturalmente non può essere modello per nessuno. Questo è fuori discussione. Ma il trionfo di questo regime nell’Unione sovietica degli anni trenta non può essere in nessun modo un argomento contro l’idea stessa di socialismo.

Nonostante tutto, la Rivoluzione ha giocato un ruolo determinante nella storia del tentativo di emancipazione delle masse e della liberazione dei popoli. Per esempio nella conquista dell’indipendenza degli stati coloniali. Gorbaciov cita degli studiosi e commenta:

Gorge Cannan sostiene che «la rivoluzione russa, senza dubbio ha accelerato la caduta dell’impero coloniale europeo». Io condivido questa valutazione. Qui non s’intende «l’esportazione della rivolute russa». No, le rivoluzioni anticolonialiste si sono verificate come reazione alla liberazione delle nazioni della Russia, a quelle trasformazioni che erano iniziate nell’allora periferia zarista. Furono proprio l’esistenza stessa dell’URSS nello scenario mondiale e il fascino esercitato dalla sua esperienza che costrinsero le potenze coloniali a muoversi con una certa cautela e, in una serie di casi, ad andare incontro ai movimenti di liberazione e quindi a concedere alle colonie l’indipendenza. A questo proposito il professore merito dell’Università di Edimburgo U. J. Karnen ha scritto: «Il timore che l’India iniziasse a pendere troppo verso Mosca e verso il socialismo spiega in gran parte il fatto che nel 1947 le sia stata concessa l’indipendenza. Il timore dell’ampliamento della sfera d’influenza sovietica in un’ultima analisi ha costretto l’Occidente a intraprendere la strada della decolonizzazione generale».

Il fascino dell’Unione Sovietica, come patria ideale di milioni di persone al di fuori dei suoi confini ha resistito per decenni, praticamente fino alla caduta del muro. La forza dirompente quindi dell’Unione Sovietica è stata nella sua idea che sopravviveva a dispetto della realtà[5]. E’ stata la forza dell’utopia. Viene da pensare che sia stato contro quest’ultima che in ultima analisi si sia combattuto. Ecco perché il disfacimento dell’Unione Sovietica non è bastato. E si continua a combattere lo spettro del comunismo. L’utopia è ben più difficile da estirpare.

Novembre, 2007

Giuseppe Iannello


[1]Sono stati appena pubblicati i volumi: 1917. La Rivoluzione di Marcello Flores (Einaudi, pp.140) e La Rivoluzione svelata.

[2]Una lettura nuova dell’Ottobre 1917 di Vittorio Strada (Liberal edizioni, pp.166)

[3]La citazione è di William Blum tratta da Il libro nero degli Stati Uniti.

[4]Ovadia propone
Con la scusa della libertà e Il libro nero degli Stati Uniti di William Blum e la Storia del popolo americano di Howard Zinn. Avverte però di non dimenticarsi del nazismo come prodotto della società capitalista ed invita a leggere I paid Hitler di Fritz von Thyssen, grande industriale dell’acciaio nella Germania fra le due guerre.

[5]Churcill si riferisce agli “Alleati”. Il discorso è riportato sul libro di Ovadia nella forma della terza persona plurale; noi lo riportiamo in quella della prima plurale per renderne maggiore l’immediatezza.

[6]Gorbaciov rievoca nel suo libro l’incontro avuto con Arrigo Levi e dice di essere stato colpito da molte cose dette dal suo interlocutore, in particolare dalle seguenti parole: «Il comunismo è stato, indiscutibilmente, un potente catalizzatore del progresso degli altri …».

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Da malatino, 19.11.2007

Osservazioni condivisibili ed equilibrate.
Molto giuste le considerazioni di Ovadia sulla difesa delle conquste sociali di libertà.
La fine dell'Unione sovietica non costituisce un atto finale, sibben esignifica il rilancio delle idee di socialismo e democrazia come inscindibili elementi di progresso.

----------------------------- Da Gianmario Tigli, 26.09.2008

Condivido sostanzialmente le idee espresse, così chiaramente, da Iannello. Credo anche che oggi occorra guardare con molta attenzione ai mutamenti senza precedenti innescati dall'11 settembre e per questo consiglio vivamente il testo di un autore della sinistra vera americana, Webster Tarpley, La fabbrica del terrore. made in Usa, utile per capire quali sono OGGI le conseguenze che la Russia subisce dall'America..

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