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Diocesi russe - Crisi ecumenica. |
di Giancarlo Zizola, da "Rocca", n.5/2002.
Pubblichiamo
larticolo che segue, fondamentalmente per una ragione. Mette a nudo le
contraddizioni vaticane nel rapporto col patriarcato di Mosca e dà risalto alle cause
dellinsofferenza da parte russa, spesso non sufficientemente evidenti nella stampa
occidentale.
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La crisi ultradecennale
tra Santa Sede e Patriarcato di Mosca sembra destinata a precipitare, dopo la decisione
vaticana, resa pubblica l'11 febbraio, di trasformare in diocesi pleno iure le quattro
amministrazioni apostoliche costituite nel 1991 nel territorio della Federazione russa per
la cura di circa 1.300 mila cattolici. E soprattutto l'elevazione dell'arcidiocesi della
Madre di Dio a Mosca che è stata risentita dagli Ortodossi come una ferita inferta al
principio fondamentale dell'ecclesiologia ortodossa, che risale ai tempi apostolici: il
principio territoriale.
Secondo questo
principio, tutti i cristiani di un territorio sono raggruppati in una sola e medesima
comunità con un solo vescovo o un solo sinodo. D'altra parte la stessa Santa Sede aveva
seguito la prassi di non istituire proprie sedi episcopali nelle città ove sussistessero
sedi episcopali erette già in età apostolica o comunque nei secoli precedenti le rotture
dell'unità della Chiesa. E ciò per rispettare l'antica tradizione comune, per
riconoscere l'autorità di tali cattedre a per prefigurare l'unità futura, attualmente
difettiva.
Si può ricordare, ad
esempio, il precedente di Leone XIII allorché volle ricostituire la gerarchia cattolica
in Gran Bretagna. Egli si guardò bene dall'istituire una diocesi cattolica di Londra e di
nominarne l'ordinario, precisamente per rispettare l'unicità della cattedra episcopale,
ove siede l'arcivescovo anglicano di Londra. Per questo la sede episcopale per i cattolici
londinesi è a Westminster.
In una dichiarazione
ufficiale del direttore della Sala Stampa Joaquin Navarro-Valls,la Santa Sede ha
presentato le proprie ragioni, facendo leva su due argomentazioni: la prima, l'esigenza di
«dare normalità all'esistenza della Chiesa cattolica in Russia secondo l'ordinamento
canonico. Si tratta di un normale atto amministrativo suggerito dalla necessità di
migliorare l'assistenza pastorale dei cattolici presenti in quella vasta regione, come da
loro insistentemente richiesto».
Seconda argomentazione:
anche la Chiesa Ortodossa Russa «ha creato diocesi ed altre strutture organizzative per i
propri fedeli che vivono fuori dal territorio tradizionale». Si è riferito in
particolare dell'esistenza in Europa delle «vere diocesi della Chiesa ortodossa russa» a
Vienna, Berlino, Bruxelles, ove sono presenti comunità di fedeli ortodosse di antica
radicazione. E se ne è tratta la conclusione che «ai cattolici in Russia viene
riconosciuta la stessa organizzazione e cura pastorale di cui godono gli Ortodossi Russi
che vivono in Occidente».
Decisione
inutile a pericolosa
Quanto al primo
argomento, parrebbe difficile ridurre la portata della decisione a un «normale atto
amministrativo». Se così fosse, poteva essere consigliabile evitarlo o rinviarlo, dal
momento che era nell'ordine delle cose prevedibili che un simile atto avrebbe suscitato
conseguenze dirompenti nelle relazioni fra la Chiesa romana a la Chiesa di Mosca, in una
fase delicatissima. Un esame anche sommario delle vicende storiche delle relazioni tra
Chiesa di Roma e Chiesa di Mosca sarebbe bastato a soppesare la delicatezza di
un'operazione che trasforma in enti ecclesiastici stabili le comunità cattoliche di
origine prevalentemente polacca, figlie delle deportazioni in massa dei polacchi
nell'impero russo e della colonizzazione tedesca della Siberia sotto gli Czar.
In realtà, questa
decisione non è affatto normale né unicamente amministrativa. È per sua natura una
decisione inutile, irritante e pericolosa, che si allinea ad altri gravi errori compiuti
dalla Santa Sede sul fronte dei rapporti con l'Europa orientale e con la Russia dopo la
caduta del Muro di Berlino. Il più grave di tutti è l'errore dell'istituzione delle
diocesi cattoliche in Russia, a suggello di una strategia vaticana che in questi anni ha
privilegiato l'approccio politico piuttosto che quello ecclesiale ed ecumenico e non ha
fatto tutto quanto era in suo potere per controllare e assorbire le spinte
espansionistiche e proselitistiche di schiere cattoliche e movimenti penetrati
prevalentemente dalla Polonia, con smisurate forze economiche a disposizione, per
«convertire» i russi.
Già nel 1991 la
decisione di costituire in Russia delle amministrazioni apostoliche era stata adottata
all'insaputa del Patriarcato di Mosca, grazie ad un' intesa con il Cremlino. Alle proteste
del Patriarcato di Mosca si rispose sottolineando che le amministrazioni apostoliche
costituiscono delle strutture minimali, pragmatiche, secondarie, dunque non lesive
dell'unicità della giurisdizione patriarcale nel territorio russo.
Effettivamente si
riconosce comunemente che le amministrazioni apostoliche, non avendo bisogno di struttura
gerarchica autonoma, sono quelle che rispondono meglio alle funzioni pastorali cui sono
adibite per comunità di fedeli di dimensioni ridotte e in situazioni comunque di
minoranza. Anche le amministrazioni apostoliche a Mosca, Saratov, Novosibirsk e Irkutsk
rispondevano a questi requisiti e funzionavano in modo soddisfacente. Da questo punto di
vista, fonti vaticane hanno riferito che non si vedeva alcuna necessità di trasformarle
in diocesi e hanno ammesso di non riuscire a capire le reali ragioni di una decisione che
ha contraddetto la linea di fondo della politica della Santa Sede verso la Russia.
Si è opposto un altro
motivo, la necessità di poter contare su vescovi russi che potessero costituirsi in
conferenza episcopale e inviare delegati al Sinodo dei vescovi. Argomento pretestuoso,
dato che sarebbe bastato un rescritto canonico del pontefice per ammettere al Sinodo gli
amministratori apostolici di quelle comunità, senza procedere al mutamento strutturale e
statutario, per evidente considerazione del bene comune della Chiesa.
Quanto al secondo
argomento-la reciprocità- anche qui si deve dire che non regge. La simmetria può forse
valere, in ipotesi scolastica, per la creazione di diocesi cattoliche in Siberia, a
Novosibirsk e a Irkutsk. Ma è una coperta troppo corta per la decisione di istituire una
arcidiocesi metropolitana cattolica per l'intera provincia ecclesiastica russa nella
stessa sede del Patriarcato, cioè a Mosca. Perché l'argomento fosse persuasivo, avrebbe
dovuto fondarsi su un fatto non avvenuto, puramente immaginario, virtuale: che il
Patriarcato di Mosca avesse costituito o avesse l'intenzione di costituire una propria
diocesi nella Chiesa del vescovo di Roma, il Papa. Uno scenario che dà da solo la misura
del carattere irritante della decisione della Santa Sede di costituire una propria diocesi
cattolica nella sede del Patriarca di Mosca.
Di fatto, il Patriarcato
di Mosca si è ben guardato finora dall'istituire una diocesi ortodossa russa a Roma,
sotto la propria giurisdizione. E si aspettava da Roma questo minimo segno di tatto
ecumenico, ma anche di rispetto dell'antico principio canonico, che si oppone alla
duplicazione delle sedi episcopali su un medesimo territorio.
L'ineventuale
viaggio papale a Mosca
Che non tiri aria di
finezze, e nemmeno di correttezza, lo indica la contestuale presentazione del conto
(«oltre 17 milioni di dollari») date da un organizzazione cattolica alla Chiesa
ortodossa russa nell'ultimo decennio, come prova della volontà collaborativa dei
cattolici. Anche per questo la decisione dell'11 febbraio è irritante.
I1 risultato è il
degrado. Degrado delle relazioni ecumeniche. Degrado della stessa immagine della Chiesa
cattolica romana: con una mano offre soldi ad una Chiesa «sorella» in difficoltà, dopo
mezzo secolo di isolamento e di persecuzione, con l'altra mano attenta al principio della
sua identità ecclesiale. Ma è anche una decisione pericolosa, con conseguenze gravi non
solo sul breve periodo. Che si sia allontanata la possibilità di un viaggio del papa a
Mosca, da lui agognato, è solo uno dei prezzi troppo alti di questa deliberazione. Alcuni
irresponsabili si ostinano a prefigurare entusiasticamente, perfino in commenti
televisivi, che il viaggio papale possa compiersi anche senza l'accordo della Chiesa
russa, grazie all'invito unicamente di Vladimir Putin. È uno scenario che aggraverebbe, a
nostro parere, la crisi ecumenica disperdendo il valore storico ed ecumenico di un viaggio
che era nelle speranze del primo papa slavo precisamente per rendergli possibile
l'incontro con la Santa Russia, l'abbraccio fra le due Chiese, se non la firma della pace
ecumenica tra Prima e Terza Roma... Non è chi non veda l'enormità di prefigurare un
viaggio del papa a Mosca unicamente nella sua veste di capo di stato, in assenza dei
rappresentanti della Chiesa ortodossa e del suo popolo.
Si sa che fu per un
intervento pressante del Presidente Putin che il Patriarcato di Mosca ha rinunciato alla
propria linea di rifiuto dell'invito papale a mandare propri rappresentanti ad Assisi,alla
preghiera delle religioni per la pace il 24 gennaio. E noto anche che la decisione
sulle diocesi cattoliche russe è stata trattata previamente dalla Santa Sede con Putin,
non certo con il Patriarcato. «Il Governo della Federazione Russa non ha sollevato alcun
problema al riguardo» ha dichiarato Navarro.
Resta difficile
immaginare che Putin accetterebbe di rompere i propri rapporti con la Chiesa ortodossa
solo per favorire con un invito unilaterale il viaggio del papa a Mosca, un viaggio che,
anche se potesse farsi, si tradurrebbe nella congiuntura attuale in una catastrofe sotto
ogni punto di vista. Già quello in Ucraina era stato fatto senza l'invito della Chiesa
ortodossa, ma allora almeno si poteva far leva sul fatto che la situazione canonica delle
autorità ortodosse locali non era sufficientemente definita.
Ne consegue che è
palese che una decisione canonica intesa a potenziare le strutture della Chiesa cattolica
romana nel territorio della Federazione Russa è stata adottata a prescindere delle
relazioni ecclesiali con la Chiesa Ortodossa russa, e anzi unicamente grazie alle
prerogative politiche di cui è dotata la Santa Sede e mediante le relazioni diplomatiche
che essa intrattiene con la Federazione Russa. Inoltre, la Santa Sede, per motivare la
decisione, ha fatto appello alle convenzioni internazionali, e in particolare al Trattato
di Vienna dell'Ocse, a preferenza dei riferimenti alle tradizioni apostoliche, per
affermare che il diritto di libertà religiosa è attribuito alla persona e alle comunità
dei credenti, e non ai territori o alle nazioni. È stata citata la clausola del Documento
di Vienna secondo la quale (n. 16) «gli Stati partecipanti rispetteranno il diritto delle
comunità religiose di organizzarsi secondo la propria struttura gerarchica e
istituzionale». E si è sottolineato che il Documento di Vienna è stato sottoscritto
anche dal Governo della Federazione Russa, in quanto membro dell'Organizzazione per la
Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
La tela di
Penelope
Ci troviamo dunque di
fronte ad una operazione per cui la Chiesa romana passa sulla testa della Chiesa russa
mediante un accordo politico con il potere politico russo, basandosi su un Trattato
internazionale onde saltare al di là dei principi canonici tradizionali e della vigente
prassi ecumenica. Ancora una volta appare purtroppo che la forza politica della Santa Sede
viene messa in campo come un giocatore in più per conseguire vantaggi canonici rispetto
ad una Chiesa sorella. Un tale evento ripropone la preoccupazione a suo tempo manifestata
da padre Pierre Vallin secondo il quale «l'apparato internazionale della Santa Sede segna
una disparità, una asimmetria. Le altre Chiese e comunità cristiane non dispongono né
mirano a disporre di una simile realtà sociopolitica internazionale». In conclusione,
sembra l'ora di porre con forza l'interrogativo se il primato propriamente universale
della Chiesa di Roma possa trovarsi beneficiato da gesti unilaterali di espansionismo
ottenuti mediante l'uso della potenza politica della Santa Sede, tali da emarginare la
considerazione del valore delle relazioni ecclesiali fra Chiese sorelle fino a indurre una
violazione dei principi identitari e delle tradizioni apostoliche sulle quali esse si
reggono. Non sembra evitabile il dubbio, che abbiamo sentito insorgere anche in ambienti
responsabili in Vaticano, che con deliberazioni del genere la Santa Sede non rischi di
cancellare le belle frasi delle encicliche di Giovanni Paolo II Orientale Lumen e Ut unum
sins, circa il riconoscimento delle tradizioni e identità delle Chiese sorelle e circa la
ricerca di forme di esercizio del Primato che siano più vicine al modello apostolico di
una autorità fraterna.
Si è ricevuta
l'impressione che i responsabili della politica vaticana si siano lasciati afferrare da
una sorta di complesso di Penelope, per cui si affannano a disfare di
Il patriarcato di Mosca
ha reagito: «è una violazione dei principi canonici a dei criteri che regolano le
relazioni ecumeniche». Di fatto il clima delle relazioni fra le due Chiese fa riemergere
i nodi irrisolti, più di quanto riesca a contribuire a scioglierli. Vien fatto di
ricordare to scisma d'Oriente, dichiarato formalmente con le scomuniche del 1054 ma
divenuto reale in seguito alle crociate. 11 primo segno di questa disunione effettiva fu
appunto l'elezione di vescovi latini, parallelamente alla gerarchia orientale esistente,
nelle sedi di Antiochia e di Costantinopoli, che formavano con Roma, Gerusalemme e
Alessandria la «pentarchia».
La novità principale
nella strategia vaticana è l'appello per così dire «Olaico» al diritto della libertà
religiosa sancito dalle Convenzioni internazionali sottoscritte anche dalla Federazione
russa per forzare l'identificazione incondizionata tra Chiesa ortodossa e territorio
russo, inserendosi per questo corridoio politico all'interno di una mappa cristiana a
regime unico. Ci si può chiedere se ciò che si è preferito ottenere grazie all'accordo
politico tra Santa Sede e Putin non poteva essere conseguito, in modo più consensuale,
congruo e meno conflittuale, mediante un dialogo ecumenico, sviluppato con pazienza e
apertura reciproca. E si può temere che i vantaggi confessionali raggiunti dalla Chiesa
cattolica grazie alla sua potenza politica possano essere pagati ad un prezzo troppo caro
in termini di testimonianza comune delle Chiese nella società russa.
La fretta depone il suo
segno su deliberazioni così gravide di conseguenze. E a tal punto da rovesciare le
aspettative, già asmatiche, di una pace tra prima a terza Roma, coltivate dal primo papa
slavo a dal suo messianismo.
Giancarlo Zizola
Fin qui le
ragioni politiche del nuovo screzio tra Roma e Mosca. Ma quando entrambe le Chiese si
apriranno alla realtà, alla vita? ... e si
faranno suggerire dalla gente che tutte queste son cavolate e che
lunità, quella vera la costruisce la gente, cattolici e ortodossi, incontrandosi,
lavorando insieme, stimandosi reciprocamente e qualche volta ... sposandosi.